Almalaurea. A Catania studenti insoddisfatti

Almalaurea. A Catania studenti insoddisfatti

Fame di conoscenza e maestri al corso di laurea in Lettere a Catania. Non è uno slogan dell’associazione antropofagi universitari (qualcuno c’ha provato) ma è quanto emerge dall’annuale indagine di Almalaurea sugli atenei italiani. I dati pubblicati, relativi ai giudizi degli studenti catanesi sull’esperienza accademica, lasciano infatti perplessi. Il campione qui considerato riguarda 202 audaci “almalaureatori”, cioè coloro i quali hanno compilato, a fine studi, il questionario proposto dal Consorzio Interuniversitario. Questi ragazzi sono parte dei letterati laureati nel 2012 (numero totale 258) al corso triennale dell’Ateneo catanese. Ecco una rappresentazione grafica dei dati più allarmanti:
I DATI. A dominare nei quattro diagrammi è la soddisfazione moderata del più sì che no. La medaglia d’argento va invece ai delusi del corso, mentre gli appagati senza riserve sono in minoranza in tre dei quattro grafici. Rapporto coi docenti e carico di studi sono i punti critici dell’indagine. Molti professori rinunciano ad un confronto aperto con gli allievi, proponendo lezioni poco stimolanti e viziate da programmi obsoleti. L’organizzazione dello studio è spesso ostacolata da un rapporto poco bilanciato tra mole di lavoro dello studente ed adeguati tempi di apprendimento. Il ragazzo diventa così un velocista informato, poco formato. Per lui l’unico traguardo è la quantità non la qualità, da raggiungere cacciando informazioni da memorizzare, senza rifletterci su criticamente. Ciononostante quasi la metà dei ragazzi questionati ritornerebbe a frequentare lo stesso corso svolto nello stesso Ateneo: Rassegnati? eroi? tenaci? Nell’attesa di scoprirlo da monitorare è quel 31% di ragazzi che se potesse, con Divina Commedia sotto braccio, andrebbe via dall’Ateneo di Catania per frequentare altrove lo stesso indirizzo.

L’ANALISI. I dati pubblicati da Almalaurea rivelano poca soddisfazione dei ragazzi riguardo gli studi letterari di Catania. Questi si allineano ad una crisi generale e duratura dell’istituzione universitaria italiana, incapace di rompere una sorda autoreferenzialità, sganciata colpevolmente dalla realtà esterna. Ciò ha ancor più rilievo in un corso di laurea in Lettere, luogo in cui la critica, il pensiero e l’interpretazione fenomenica dovrebbero occupare un ruolo centrale. E invece no. Scarseggiano i dibattiti, i momenti di confronto tra le varie discipline e l’incontro con le istituzioni esterne. Molti professori, inoltre, sempre più tecnoburocrati del “prodotto” sapere, lasciano inalterati programmi atavici, trattando la poesia, la filosofia e l’arte come resti fossili inattuali. Il rischio è quello di avere un’istituzione fuori dal tempo, non aggiornata, incapace di far vedere e leggere ai ragazzi la realtà da una prospettiva diversa. Nel tempo del tecnicismo e dello scientismo forzato, la possibilità di saper intuire e cogliere gli orizzonti dell’esistenza, attraverso la parola, la sensibilità e lo spirito, dovrebbe essere un’opportunità da cogliere, non da sprecare.
L’insoddisfazione degli studenti di Lettere dovrebbe far riflettere sull’urgenza di un collasso del narcisismo accademico che riflette su di sé le strutture viziate del mondo esterno (interessi privati, logiche di potere, sovrastrutture di pensiero). Esso ostacola l’incontro dei ragazzi con i buoni maestri (quasi sempre anche maestri buoni), capaci di nutrire gli alunni (dal lat. alo, nutrire) non del vero sapere, ma del sapere vero, quello che fa vibrare e orientare l’esistenza, dilatandone i confini. È quel sapere al servizio della vita che mai si possiede e sempre si conquista, con la forza della dialettica e la dimensione potente dell’esperienza. Questo lo sanno bene i grandi maestri che hanno reso questa nobile Facoltà catanese antesignana di ricerca vivace e antidogmatica come i professori Savoca, Osculati e molti altri. Non se lo scordi chi oggi è dietro la cattedra e ieri fu loro allievo.

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