Bagheria, 31 arresti azzerato clan cosa nostra
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Bagheria, 31 arresti azzerato clan cosa nostra

Quello che gli inquirenti definiscono un “direttorio” ha sostituito la storica “commissione provinciale” di Cosa nostra a Palermo. Emerge dall’indagine dei carabinieri che ha portato al fermo di 31 tra capi e affiliati del mandamento di Bagheria.

All’interno del clan, hanno documentato gli investigatori, esiste un vertice strategico, chiamato in gergo “la testa dell’acqua” con un’espressione del dialetto siciliano che significa “la fonte” o in senso figurato “l’origine” di qualcosa o di un sistema. Alla “testa dell’acqua” doveva obbedienza anche il reggente operativo del mandamento.

L’indagine ha fatto luce anche su un omicidio, quello di Antonino Canu, ucciso a Caccamo (Palermo) il 27 gennaio del 2006, buttafuori di una discoteca che era diventato in quei mesi uno dei principali testimoni dell’accusa nel processo in Corte d’Assise contro i boss Salvatore e Pietro Rinella, fratelli subentrati nel comando del clan di Caccamo al boss Nino Giuffrè, pentitosi dopo il suo arresto.

Di Canu aveva parlato appunto Giuffrè, che aveva riferito agli inquirenti di un progetto di Cosa nostra di assassinarlo con un falso incidente stradale già sette anni prima, perché aveva commesso estorsioni in proprio, senza il permesso dei capimafia. Ora sono stati individuati i killer che lo assassinarono Canu con un colpo di pistola alla nuca, dopo averlo attirato nelle campagne di contrada Minutilla, dove il suo corpo fu gettato in un dirupo e ritrovato da un pastore. Identificati anche gli esecutori materiali del tentato omicidio di Nicasio Salerno, che mentre rincasava con la moglie a Caccamo il 23 agosto 2005 fu bersagliato con 10 colpi di pistola, nessuno dei quali andò a segno.

Salerno, incensurato, era stato tuttavia nominato dal pentito Giuffrè come persona sgradita al boss di Trabia, che gli aveva chiesto di assumere informazioni su di lui.

Un altro capitolo dell’indagine ha riguardato le estorsioni gestite dal clan. Sono 44 gli episodi di ‘pizzo’ ricostruiti dai carabinieri, che hanno fatto luce anche su quattro attentati intimidatori con incendi per costringere le vittime a pagare. Alcuni degli indagati sono infine accusati di una rapina e di una tentata rapina, mentre altri quattro progetti di rapina sono stati sventati grazie all’intervento preventivo dei carabinieri.

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