Buon Compleanno Bacon

Buon Compleanno Bacon

Bava, sangue, vomito, carne putrida e sperma. Sono i liquidi umani delle tele di Francis Bacon, ieri centoquattro anni dalla sua nascita avvenuta a Dublino. Spirato a Madrid nel 1992, il pittore delle bocche urlanti ha goduto di grande fama già in vita, privilegio raro per un artista. Quanto questo abbia potuto interessarlo o appagarlo crea un sospetto: ferocemente autocritico distrusse gran parte della sua produzione giovanile, non dichiarandosi mai soddisfatto di alcuni suoi capolavori come i tre studi sulla crocifissione o il delirante Innocenzo X. Questo furore iconoclasta risponde alle spinte più inquiete di Bacon che, come ogni grande artista, è andato sempre alla ricerca di una sua ossessione: « la realtà dell’immagine nel suo momento più straziante ».
Definì clinica la sua pittura, affidandole un realismo totale che taglia e seziona. Corpi squartati, ricomposizione anomala delle membra, uomini avviluppati e in gabbia sono alcuni dei suoi soggetti in crisi assoluta, morale, fisica e sospesi tra la vita e la morte. Questa sospensione non porta Bacon al rifiuto e alla dissoluzione della carne ma ad un suo stravolgimento. L’artista interviene sul corpo nel momento della sua corruzione, derivante da una terribile fissità temporale, e ne ricerca un nuovo aspetto che appartiene alle sue possibilità espressive rimaste sconosciute fino a quel momento. Il celebrativo e composto Innocenzo X di Velasquez diventa in Bacon un uomo stravolto con violenza dal peso secolare della carica che rappresenta: il Pontefice baconiano non è più adagiato regalmente sul trono ma è avvinghiato in una sedia che sembra elettrica, procurando in lui convulsioni e un urlo agghiacciante che giace nel silenzio. È un grido silenzioso, drammatico ed epifanico che libera umanamente se stesso da un’immobilità stuccata e iconica.
Francis Bacon soffriva d’asma così come i suoi personaggi soffrono l’ansia del respiro oltre l’ordine e la forma abituale del reale; la visione de La strage degli innocenti di Poussin procurò in lui un ossessione per l’urlo e per le bocche attraverso le quali, nei suoi quadri, viene rigurgitato il mondo per una nuova esistenza che chiede spazio. Bacon non è stato l’artista dell’angoscia ma della deriva che la rifugge; non ha mai rinunciato, in mezzo alle catastrofi del suo secolo, a dipingere la carne che resiste alla sua scomparsa anche a costo di imputridire. È stato un pittore autodidatta, violento sulla tela e capace di descrivere la crudeltà della tragedia contemporanea. Lo ha fatto con la stessa precisione con cui il suo omonimo filosofo e illustre avo ha descritto il decadimento del corpo alla fine della vita. L’artista tuttavia non rinuncia a conservare nei suoi quadri un barlume di vitalità bestiale e disperata. La sua non è arte dell’autosufficienza, come certa arte contemporanea mostra, ma è arte che comunica delle verità che la trascendono. L’urlo dei quadri di Bacon è l’urlo stesso dell’autore e della sua caotica esistenza, è il nostro urlo che riconosciamo nelle sue opere e che ci rende partecipi della nostra battaglia contro il caos. «L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile» affermava Klee. Un’ epigrafe perfetta per l’intera opera di questo artista.

Daniele Giustolisi

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