Carpi-Catania 0-0: Minimo sindacale
Dirigenza da ripensare...

Carpi-Catania 0-0: Minimo sindacale

Un punto serviva, per chiudere quest’annata maledetta, ed un punto è arrivato. Nonostante le numerose defezioni del Carpi, non era così scontato, viste le premesse: dopo le prestazioni sciorinate contro Brescia e Cittadella, persino il Savoia, con tutto il rispetto per la formazione campana, avrebbe costituito un serio pericolo per la permanenza in cadetteria della formazione etnea. Invece le sberle subite dai veneti (peraltro oggi retrocessi a seguito della sconfitta interna col Perugia) hanno lasciato il segno proprio lì dove società e tecnico, attraverso il ritiro post-Brescia, avevano fallito, non responsabilizzando a dovere un gruppo allo sbando, che si è invece presentato a Carpi con un approccio decisamente più umile e combattivo. E’ vero che a conti fatti i rossazzurri non abbiano poi disputato il miglior match stagionale; è vero anche che il Carpi non ha quasi mai punzecchiato a dovere Gillet; complessivamente, tuttavia, non si può dire che siano mancati impegno e concentrazione, e a tratti il Catania ha pure rischiato di firmare la zampata che avrebbe potuto regalare due punti in più ed un paio di posizioni in classifica. Ma va bene così. Anzi, coi risultati maturati sugli altri campi, persino una sconfitta non avrebbe impedito il conseguimento della salvezza. Ma chiudere il campionato con la terza sconfitta consecutiva avrebbe aggiunto dell’indecoroso ad un campionato già di per sé ampiamente insoddisfacente.

Castori spazia tra giovani ed esperimenti, Marcolin punta su Escalante
Soltanto 6 degli 11 ragazzi schierati da Castori rientrano nella formazione tipo che ha regalato al Carpi la sua prima, storica, promozione in Serie A. Uno di essi, peraltro, il terzino Letizia, viene proposto nell’inedita posizione di difensore centrale. La vena sperimentale, tipica di fine stagione, verrà poi ulteriormente sviluppata dal tecnico dei romagnoli con l’abbassamento di Pasciuti nella posizione di terzino sinistro nella fase finale della gara. Gli altri cinque titolari? Tre comprimari, tutti giovani, come Pasini, Mbaye e Lasagna, e due ragazzini alle prime armi come Sarzi Puttini e Torelli. Non una corazzata indistruttibile da affrontare, dunque, ma pur sempre una squadra iper-organizzata che pure con le seconde e terze linee riesce a districarsi bene in mezzo al campo, pur mancando nella fase offensiva, dove la carenza di motivazioni dei vari Pasciuti e Di Gaudio la fa da padrone. Il solo e povero Lasagna prova a sbattersi ma Ceccarelli, dalle cui parti si aggira più di frequente il numero 15 di casa, fa buona guardia per tutto il match.
Come risponde Marcolin, non solo al Carpi ma alle sue stesse defezioni (Rinaudo e in extremis Castro)? Confermando in blocco la linea difensiva, nonostante Del Prete e Schiavi non siano al massimo, scegliendo Coppola come vice-Rinaudo (prima da play basso per il n°42 etneo) ed Escalante in luogo dello stesso Coppola sul centro-sinistra della mediana. Inevitabile l’utilizzo di Rosina dietro Calaiò e Maniero in avanti. In soldoni l’unica riserva che scende in campo è Escalante, peraltro preferito ad Odjer. La sistematica preferenza riservata all’argentino, piuttosto che al nigeriano, tenendo conto del tenore decisamente differente delle rispettive prestazioni, resterà uno dei misteri che si porterà dietro questa stagione. Il numero 8 gioca l’ennesima partita a dir poco opaca. In fase di possesso palla, suo o dei compagni, sbaglia praticamente sempre. Va un po’ meglio in interdizione e pressing, ma pare francamente un po’ troppo poco per giustificare il suo impiego. Poco importa, comunque, visto che come già sottolineato i padroni di casa fanno solo il solletico a Schiavi e compagni.

Gara soporifera a sprazzi “svegliata” dai rossazzurri
Nella prima metà della prima frazione di gioco gli etnei fanno parecchio movimento sulla trequarti, cercando di sfondare con le imbucate nell’area avversaria. Né Calaiò né Maniero, tuttavia, sono sufficientemente lucidi in area di rigore. Appena i rossazzurri tirano un po’ il fiato, di fatto il match va in naftalina. Si ritrova un sussulto a fine primo tempo, quando su azione d’angolo Ceccarelli raccoglie il colpo di testa di Calaiò e in spaccata prende il palo. Peccato, sarebbe stato il suo primo gol con la maglia del Catania.
Nella ripresa la musica non cambia, anzi, la partita diventa ancor più “soporifera”. Rischia di svegliarsi sugli sporadici traversoni provenienti dal versante destro, dove la catena Del Prete-Sciaudone-Rosina prova a smuovere qualcosa. In area, tuttavia, Maniero e Calaiò non sono mai sul pezzo. Sul versante sinistro Mazzotta prova a proposta ma i suoi compagni d’avventura, su tutti Escalante, non sono altrettanto svegli. Mentre Castori decide che è arrivato il momento di buttare in campo qualche altro giovane rampante, Calaiò rischia di trovare la via del gol grazie ad una disattenzione della difesa avversaria ma Letizia e Gabriel in uscita ci mettono una pezza. La partita, sostanzialmente, finisce lì. Non per la panchina del Catania che, giustamente, sente la tensione nervosa sino alla fine, a tal punto che Marcolin non si azzarda a ritoccare lo status quo, chiudendo il match per la prima volta in stagione senza effettuare neanche un cambio. Al fischio finale, gran sospiro di sollievo: il patatrac è scongiurato.

”Bilanci”
Ed ora? La fine di un campionato in genere apre il capitolo dei bilanci. Ma cosa c’è da valutare e giudicare ancora della stagione appena conclusa, che non sia stato già ampiamente approfondito? Limitiamoci ai numeri: il Catania, compagine che ha approcciato il campionato con l’obiettivo dichiarato di vincerlo, chiude al 15° con 49 punti, ed ha raggiunto la salvezza matematica soltanto alla quarantaduesima ed ultima giornata. Persino il termine fallimento è riduttivo per descrivere un risultato del genere. In questi casi si individuano gli artefici di tale fallimento e si sostituiscono, per ripartire con uomini e programmi diversi. In realtà tra coloro che hanno chiuso la stagione alle falde dell’Etna non esiste un comparto del club che si sia in qualche modo salvato. Escludendo le cinque vittorie consecutive, anche il Catania “italianizzato” del girone di ritorno, pur dimostrandosi più di categoria rispetto alla “corazzata” del girone d’andata, non è parso una squadra da primato. Certo, non tutto e tutti sono da buttare, una base da cui ripartire c’è, e l’impressione è che magari una guida tecnica diversa, più carismatica e dalla mentalità più offensiva, potrebbe valorizzare meglio l’attuale gruppo, che in ogni caso necessita di diversi ritocchi.
Ma anche il miglior tecnico e i migliori giocatori non possono ottenere alcun risultato se non hanno alle spalle una società organizzata, che compia delle scelte opportune e coerenti, e che sia in grado di comunicare adeguatamente con l’intero l’ambiente. In ciò, il responsabile principale dell’organigramma predisposto dal presidente Pulvirenti, ovvero l’ad Cosentino, ha decisamente fallito, peraltro per il secondo anno di seguito. Logica imporrebbe un suo allontanamento. Logica imporrebbe un immediata presa di posizione da parte del presidente, che torni finalmente, a distanza di parecchi mesi, a parlare con la città e chiarire i programmi della società, senza cadere stavolta nell’errore di promettere ciò che non si è in grado di mantenere con certezza. La piazza è stanca, logora, ma ama visceralmente la squadra: per farla riavvicinare basta essere sinceri, riproporre un confronto costruttivo e compiere delle scelte sensate. Adesso la palla passa al presidente, e ci auguriamo sia in grado di addomesticarla come ha fatto nei suoi primi nove anni di gestione, e non come negli ultimi due.

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