Cassazione riconosce diritto al lavoro a chi è agli arresti domiciliari senza mezzi per poter vivere
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Cassazione riconosce diritto al lavoro a chi è agli arresti domiciliari senza mezzi per poter vivere

Il condannato che sta “scontando” la pena inflittagli agli “arresti domiciliari” ha il diritto di lavorare, se la sua famiglia non ha altri mezzi di sostentamento.

In tal modo, con la sentenza 1480/2013 la Corte di Cassazione esorta a mostrare il volto umano della pena e così annulla il rifiuto che il Tribunale aveva opposto alla richiesta del ricorrente di lasciare l'abitazione familiare nella quale stava scontando la condanna per recarsi sul posto di lavoro.

A corredo della sua domanda aveva presentato anche un documento nel quale il responsabile di un centro sanitario ortopedico dichiarava la sua disponibilità ad assumerlo.

I giudici di merito avevano però negato il permesso pur ritenendo provato l'assoluto stato di indigenza della famiglia che non poteva "svolgere altrimenti le sue indispensabili esigenze di vita".

Alla base del no c'era la mancata indicazione dell'orario di lavoro che il condannato avrebbe dovuto osservare. Troppo poco per negare il beneficio che l'articolo 284 comma 3 del codice di rito riconosce a chi si trova in condizioni economiche estremamente disagiate

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