Degustazioni al monastero dei benedettini: esperimento quasi riuscito
Nino Russo - Siciliatoday.net

Degustazioni al monastero dei benedettini: esperimento quasi riuscito

Ogni giorno al monastero dei benedettini di Catania si consumavano sette chili di strutto. Sbaglia dunque chi immagina monaci vissuti nel XVIII sec., seduti nelle loro povere tavole in legno consumato ad accontentarsi di miseri piatti all’odor di incenso. Sbaglia chi immagina quei piatti come frutto di elemosina offerta magari da qualche buon uomo benestante dell’epoca o coltivati con lavoro e fatica dal più giovane dei monaci dal saio strappato, scelto per la maggior muscolatura necessaria per zappare la terra.

La parola d’ordine nelle tavole benedettine etnee era piuttosto il grasso. La regola delle loro cantine era l’abbondanza. E dalle cantine, distinte per scadenza degli alimenti, colme fino a straripare di ogni ben di dio, la stessa abbondanza giungeva alle loro raffinate cucine, tramite complicati passaggi ideati dal Vaccarini.

L’odore proveniente dalle loro cucine era perenne e al via vai tra luoghi di riposo e luoghi di preghiera si sostituiva un via vai di leccornie aromatiche, di pietanze varie e ricche, dai piani superiori ai piani inferiori, tramite dei pozzi che collegavano piani e stanze destinate all’alimentazione, di certo non sana ma nutriente.

Questo e’ quello che abbiamo scoperto durante la nostra visita al gioiello del tardo barocco etneo, organizzata dalle Officine Culturali che hanno pensato bene, in accordo con l’associazione Cotumè, di programmare un ciclo di visite guidate accompagnate da una degustazione per raccontare agli ospiti quei momenti di alta gastronomia che occupavano, praticamente, le intere giornate dei monaci.



LA VISITA AL MONASTERO
Il percorso si avvia a partire dai luoghi in cui i benedettini trascorrevano i loro momenti di relax, la cosiddetta cafè house, una sorta di chiosco posto in uno dei cortili del monastero, dove i monaci, immaginiamo i più nobili, in perfetto stile viennese, assaporavano il caffè, il thè o una buona cioccolata calda.

Ad accompagnare i visitatori, un gruppo variegato composto anche da famiglie con bambini e gente di ogni età, entusiasta, allegra e attenta, nei labirinti del monastero è Claudia delle Officine culturali. Ex studentessa di lettere, minuta nell’aspetto, ironica, chiara e diretta, la nostra guida manifesta sin da subito una conoscenza profonda e appassionata della struttura del monastero e delle modifiche subite nel corso dei secoli, dalle prime originarie costruzioni alla ricostruzione tardo-barocca del Vaccarini, passando per le devastazioni culturali del 900 per finire ala riscoperta della bellezza dei luoghi grazie al sapiente ripristino in chiave moderna operato da De Carlo dagli anni 80 sino ad oggi.



Quella che però la guida ci riserva non è una lezione di architettura mista a letteratura e storia. Claudia è infatti capace di catturare l’attenzione del suo pubblico facendo rivivere il luogo che attraversiamo, rendendolo un monastero animato, reale e vissuto, diverso da quella struttura silenziosa e altera che siamo abituati a immaginare.

La guida delle Officine culturali racconta le giornate dei monaci senza troppi fronzoli e addottrinamenti, con particolare attenzione ai momenti della giornata che venivano dedicati alla gastronomia, sino ad accompagnarci nelle cucine dei benedettini, dopo tre secoli ancora splendide nella pavimentazione colorata delle ceramiche vietrine.

LA DEGUSTAZIONE NELLE CUCINE
Nella cucina Claudia cede il posto a Loredana Balsamello, dell’associazione Cotumè e alla degustazione per gli ospiti. Visibilmente emozionata, essendo alla sua prima esperienza, descrive i piatti che compongono la degustazione gastronomica richiamando un tipico menu dei benedettini di metà del XIX secolo. Una cucina lontanissima da quella di un “monastero” e vicina, piuttosto, alla raffinata ricercatezza della cucina dei “monsù” dei palazzi nobiliari, ricca e moderna.

L’impegno, la passione, la ricerca e la preparazione dei piatti da parte dell’associazione sono encomiabili e frutto di una attenta ricerca filologica sulla cucina dei benedettini etnei.

Delle sei portate che nelle occasioni speciali ornavano la tavola dei benedettini, ne vengono presentate tre.



Un piatto introduttivo, il migliore, in cui vengono disposti un ottimo panzerotto al cacio, un gateau di ricotta e tortino alle erbe di campo ben riusciti, e degli arancini.



Un primo piatto consistente in un cannellone ripieno di ragu bianco e ricoperto di salsa allo zafferano.



Si finisce con il dolce, un gelo di cioccolato accompagnato da vino zibibbo.

La sensazione che abbiamo durante la degustazione però è che manchi qualcosa. I piatti presentati, chiaramente esemplificativi, singolarmente dignitosi, nel complesso mancano di armonia e forse con uno sforzo in più si sarebbe potuto dare un maggiore equilibrio alle portate (sproporzionato nella quantità il piatto introduttivo a discapito dei restanti due piatti, abbastanza poveri) . Qualche piatto in più, fra la seconda e la terza portata, avrebbe reso meglio e rappresentato ancor di più la tavola benedettina.



Piuttosto azzeccata la scelta del vino, un nerello mascalese, coltivato nei luoghi in cui i monaci provenienti dalle famiglie nobiliari catanesi possedevano i loro vitigni.

In ogni caso va promossa la gentilezza e la cordialità di un'associazione, Cotumè, che alle prime armi gioca una così difficile gara.

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