Disaffectio coniugalis

Dire che la legge sul divorzio sia un progresso è una affermazione che personalmente non posso condividere.

La crisi nel rapporto coniugale è un qualcosa di fisiologico, naturale, si tratta di un elemento strettamente connesso alla fragilità della condizione umana.
Egoismi, pretese, giudizi sono atteggiamenti che ognuno di noi porta dentro sé, in modo più o meno sopito, con diversi gradi di belligeranza, costituiscono il rovescio della medaglia della libertà della persona, quello che la Chiesa chiama il peccato originale.

Ora una cosa è prendere atto del male insito in noi, del peccato che abbiamo dentro, altra cosa è scandalizzarci di questo male e camuffarlo chiamandolo “bene” o “progresso”.

Si può dire che le categorie del bene e del male non esistono, o si può abbassare l’asticella di ciò che è bene rendendolo accessibile a tutti, o ancor di più si può abbandonare la ricerca del bene per perseguire un suo surrogato, ossia la comodità o il male minore… Tutto questo chiamasi relativismo.
Esiste per le separazioni così come per l’aborto, e la tecnica è sempre la stessa: si parte dalla soluzione più “ragionevole” del caso limite (violenza subita dalla donna) e lo si erige a regola generale.

Abbiamo così abbandonato la ricerca di ciò che è bene, di quello che possa rappresentare una verità capace di dare un senso pieno all’esistenza. Oggi l’unica ricetta di vita valida sembra essere la fuga dalla sofferenza, da ogni tipo di sofferenza; impresa titanica sul cui esito appare sin troppo infantile potersi illudere.

In fondo con la legislazione su separazione e divorzio si è sdoganato socialmente il disvalore, il senso di fallimento che porta con sè la separazione di una coppia, trasformandolo in un qualcosa di neutro, in una soluzione semplice ed immediata.

Personalmente ho visto donne e uomini rimanere fedeli ai rispettivi coniugi che hanno preso altre strade, li ho visti rimanere fedeli a quel “si” pronunciato a distanza di svariati anni, li ho visti vivere serenamente la propria sofferenza amando ancora quello che per loro rimarrà per sempre il proprio marito o la propria moglie, costituendo un punto saldo per i figli segnati da una cicatrice indelebile.

E già proprio i figli mettono a nudo come tanto spesso sia l’egoismo a dettare scelte non di rado affrettate di porre fine ad un matrimonio: neanche il dolore di un innocente riesce ad arrestare la fuga da una vita divenuta scomoda, invivibile.

Non contesto la legge in sé, né è possibile mettere in dubbio
come in caso di maltrattamenti e violenze la legge debba fare il proprio corso, anche al di fuori degli istituti di diritto di famiglia.
Il punto è un altro, oggi dinanzi ad una coppia in crisi tutto dice che è meglio separarsi, tutto favorisce la divisione, non c’è perdono o comprensione nè figli che tengano.

Il numero altissimo di avvocati matrimonialisti altro non è che un sintomo di questo business.

La debolezza, le crisi, le divisioni…. Come evitarle…
Ma promuovere e sdoganare una cultura della separazione e del consumismo affettivo è ben altra cosa.

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