Giarre, Detenuto muore in carcere: "Numero di agenti insufficiente"
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Giarre, Detenuto muore in carcere: "Numero di agenti insufficiente"

L'ennesima tragedia che si consuma in carcere. E' quella che è avvenuta nella casa circondariale di Giarre, in provincia di Catania, ''dove un giovane detenuto è deceduto per cause ancora da chiarire'', spiega in una nota l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere.

''Il ragazzo, Daniele Sparti, aveva 32 anni -prosegue la nota- ed era gravemente malato tanto che era sottoposto ad ossigenoterapia ma, secondo le prime indiscrezioni, nella nottata l'ossigeno che lo aiutava a sopravvivere si sarebbe esaurito lasciandolo senz'aria. Nessuno si è accorto del malore del giovane fino alla mattina quando ormai era troppo tardi''.

''E' stato poi il cappellano dell'istituto penitenziario -spiega ancora l'Osservatorio- ad avvisare i familiari dell'accaduto e poco dopo la salma è stata trasferita presso l'obitorio dell'Ospedale Garibaldi di Catania''.
Aveva scontato otto anni di reclusione e tra cinque giorni sarebbe potuto uscire e ricominciare la sua vita fuori dalle sbarre.

''Il detenuto -spiega il Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), in una nota- era presente nella sezione a custodia attenuata, dove un solo agente di polizia penitenziaria controlla stabilmente 80/90 detenuti''. L'uomo, rimarca Capece, ''era infermo e avrebbe dovuto discutere a breve, presso la magistratura di sorveglianza di Catania, la possibilità di poter uscire dal carcere per scontare la pena fuori, sul territorio. Purtroppo non ce l'ha fatta, ma questa morte -ancorchè dovuta a cause naturali- deve fare riflettere sulla drammaticità delle attuali condizioni penitenziarie. Persone disagiate, poveracci, che probabilmente mai godranno di interessamenti istituzionali autorevoli per le loro condizioni di vita in cella''. ''Quel che mi preme mettere in luce -aggiunge il leader del Sappe- è la professionalità, la competenza e l'umanità che ogni giorno contraddistingue l'operato delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria con tutti i detenuti per garantire una carcerazione umana e attenta, pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative come il sovraffollamento, le gravi carenze di organico di poliziotti, le strutture spesso inadeguate''.

''Negli ultimi vent'anni, dal 1992 al 2012 -ricorda Capece - gli agenti penitenziari hanno salvato la vita ad oltre 17.000 detenuti che hanno tentato il suicidio e ai quasi 119.000 che hanno posto in essere atti di autolesionismo, molti deturpandosi anche violentemente il corpo. Numeri su numeri -conclude- che raccontano un'emergenza purtroppo ancora sottovalutata, anche dall'Amministrazione penitenziaria che pensa alla vigilanza dinamica come unica soluzione all'invivibilità della vita nelle celle senza però far lavorare i detenuti o impiegarli in attività socialmente utili''.

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