Gustavo, il Venezuelano
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Sos Venezuela from Dublin

Gustavo, il Venezuelano

Incontro per la prima volta Gustavo dentro una classe strapiena di brasiliani in festa. Lui se ne sta silenzioso e riordina meticolosamente il suo vocabolario. Ha i capelli neri, il colorito olivastro, e un’espressione seria stampata sul viso. Non stringiamo subito amicizia; la nostra ora di conversazione ha un tono serio, sembra più un colloquio di lavoro che un piacevole scambio di battute fra compagni di studio. Quando, però, iniziamo a discutere di cinema e letteratura, lui inizia a sorridere e mi confida la sua passione per Gabriel Garcia Marquez.

Percepisco immediatamente che Gustavo è diverso da molti ragazzi del college, il suo sguardo è vivo, ha un’intelligenza spiccata, ma qualcosa nei suoi gesti rivela sofferenza. Terminata la lezione, usciamo; il vento tira forte, e una pioggerella incessante ci accompagna fra le strade di Dublino. Attraversiamo Henry Street: Gustavo con il suo maglione verde pistacchio, io con la mia felpa fradicia. Camminiamo in marciapiedi stracolmi di persone provenienti da ogni parte del mondo. Ci sono i Giapponesi, i Coreani, i Brasiliani, gli Italiani, i Cinesi, i Tedeschi; un mondo di colori, sfumature, e visi bellissimi.

Gustavo è venezuelano, ha ventinove anni, ed è fuggito dal suo paese in attesa di un futuro migliore. “In Venezuela la corruzione e la cattiva gestione del governo sono evidenti – mi dice - Maduro ha un potere incontrastato ed è incredibile come il governo socio-comunista non abbia fatto altro che produrre povertà e miseria. E’ vero che non sono tutti poveri come me, ma le famiglie ricche nel mio paese non oseranno mai contrastare la dittatura di Maduro”.

Mi sento terribilmente immerso nella storia, perché un conto è leggere le notizie estere attraverso un quotidiano, un altro è toccare con mano una realtà di cui sconosci i veri particolari. Blocco il nostro passo sostenuto, apro la mia borsa bagnata, esco la mia agenda blu per le migliori occasioni, e propongo a Gustavo di cenare insieme. Ci fermiamo in uno dei tanti Centra vicini a Dame Street e prendiamo due enormi panini con pollo e tomato. Il tavolo è sporco, il mangiare non è il massimo, eppure sento che non vorrei essere in un posto diverso da questo.

Una volta seduti, Gustavo si apre completamente: “La mia famiglia è poverissima. Non hai idea di quanti lavori ho fatto per finire la scuola. Ho pure studiato un po’ di finanza. Quando frequentavo l’università, manifestavo contro il governo ma la repressione nel mio paese è fortissima. A volte si è sparato sui manifestanti, anche se non ci sono stati tanti morti. Le prigioni, poi, sono luoghi dove comanda la malavita. Qualche anno fa portavo da mangiare ad alcuni prigionieri e ho assistito a scene terrificanti”.

Proteste per il Venezuela
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Protest against the Venezuelan government

Gli chiedo se le cose potranno cambiare in Venezuela: “No – mi risponde secco – forse tra vent’anni, ma non sono ottimista”. Mentre mi racconta i particolari di alcune manifestazioni di protesta, tira fuori il cellulare e mi mostra le foto di sua moglie Kimberly e sua figlia Victoria. Ride di cuore, e vedo i suoi occhi illuminarsi di gioia: “Per me la famiglia è tutto – mi confessa - Kimberly e Victoria sono la mia unica ricchezza. Senza di loro sarei nulla”. “Lavoro sodo - continua - frequento il college, e farò di tutto per mettere un po’ di soldi da parte per pagare il biglietto a mia moglie e mia figlia: loro sono la mia ragione di vita”.

Vedo le immagini nel suo telefono: Kimberly è una bellissima ragazza di ventiquattro anni e Victoria una bambina dolcissima di quattro anni. Quando saluto Gustavo, non mi va di addentrarmi nel caos di Aungier Street, allora mi dirigo verso il porto. Cammino e scorgo alla mia sinistra il fiume Liffey. La strada è deserta, ma non mi va di fermarmi, e proseguo dritto, senza una vera meta.

Mi sembra di rivedere i marinai cantare con i loro stivali bagnati e i cappelli logori. Mi siedo su una panchina, ripenso agli occhi verdi di Gustavo e, in questo tipico pomeriggio dublinese, osservo meravigliato il colore del fiume. Rivedo i volti di tutti coloro che voglio veramente bene ed è un tratto, una frazione, ma lo sento: sono in Irlanda!

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