Il Grande Califfato di Quirico. «Progetto totalitario senza peccato né grazia»

Il Grande Califfato di Quirico. «Progetto totalitario senza peccato né grazia»

Il giornalismo secondo Domenico Quirico? «Raccontare l’urlo e il silenzio degli uomini in faccia al loro dolore». Parafrasa liberamente Camus il giornalista de La stampa, ospite della Feltrinelli di Bologna in occasione della presentazione del suo nuovo libro «Il Grande Califfato» (Neri Pozza, 240 pp., 16 euro) . Dare voce agli uomini è l’unica missione possibile per chi scrive sui giornali con onestà e lealtà. «Io non racconto sistemi, non faccio analisi come fanno sedicenti Mosè che garantiscono la traversata del Mar Rosso senza bagnarsi i piedi. Io adoro immergermi nell’acqua, voglio farmi travolgere dal Mar Rosso!». Per Quirico è un obbligo professionale: viaggiare, conoscere, cadere nel pozzo del silenzioso dolore umano. Uscirne poi, se si ha fortuna, e dargli voce.

Santi assassini senza rimorso. Chi sono gli uomini neri del Jihad? Qual è la loro condizione umana o disumana? Quello di Quirico è un racconto di un cammino gomito a gomito con i sogni, i riti e le aspirazioni dei tagliagole del Califfato. «Pregare, combattere, uccidere, morire. La loro condizione è nient’altro che questa». Con un terribile paradosso che Quirico ha conosciuto bene durante il suo rapimento siriano nel 2013: trovare la santità nell’uccisione seriale di uomini. «I jihadisti mancano l’elemento fondamentale di ogni esperienza religiosa: il rimorso, che è il rapporto tra le nostre azioni e le loro conseguenze. All’infuori di questo non c’è peccato e quindi non c’è grazia».

Cartina del terrore. Sinistra è la copertina scelta da Quirico: un manto nero che avvolge una vasta geografia del terrore. Non solo Siria e Iraq ma anche il Nord est delle Nigeria, controllato da Boko Haram, il Sud Algeria, il nord del Kenya controllato dagli islamisti di Al-Shabab «…che fermano gli autobus e chiedono ai passeggeri di recitare versi del Corano a memoria. Chi non li sa viene ucciso». Questa copertina è la carta del mondo di quando il Califfato sarà definitivamente restaurato. «Ma non è un sogno o un’utopia. Questo califfato esiste già – spiega Quirico – Ad un’ora di aereo da qui si sta consolidando uno stato totalitario che divide drasticamente gli uomini tra puri e impuri. Siamo anni luce da Bin Laden che non ha mai avuto un territorio, costretto com’era a nascondersi in una grotta. Abu Bakr Al Baghdadi invece vive a Mosul, ha un esercito e dei funzionari. »

Insomma, se per qualcuno la restaurazione del califfato sarebbe un impossibile delirio storico, un po’ come pretendere di restaurare il Sacro Romano Impero di Carlo Magno, per Domenico Quirico invece è un affare serio « Il problema è che c’è una parte di mondo islamico per cui l’idea di ricostruire qualcosa che è esistito nel sesto e settimo secolo non è un sogno ma una realtà che si sta determinando giorno dopo giorno. Per milioni di musulmani l’egira di Maometto non è un fatto del 622 d.c ma è qualcosa accaduta stamattina».

Pensare a Poitiers. Nell’ultima parte del libro il giornalista ricorda la provvisorietà degli equilibri storici citando la celebre battaglia di Poitiers del 732, quando la vittoria dell’esercito di Carlo Martello su quello berbero-musulmano sottrasse quasi casualmente l’Occidente da un sicuro destino islamico. Quirico invita a guardare la storia per capovolgimenti, fratture e ritornanze «Per lunghi secoli l’Islam è stato umiliato e costretto ad obbedire ad un Occidente sempre più progredito. Per loro tutto questo è un qualcosa che chiede adesso un risarcimento. Un po’ come se i francesi ci chiedessero oggi il conto per l’occupazione delle Gallie da parte di Giulio Cesare. Per loro il progetto del Califfato è il segno che i rapporti di forza si sono ribaltati».

Attenzione in Libia. A chi gli chiede quale possa essere la soluzione in Libia, Quirico risponde di essere rimasto molto sorpreso dal clamore di questi giorni « Sono stato in Libia un mese fa e la situazione era identica a quella di oggi. Abbiamo fatto finta che fosse tutto apposto, in realtà la caduta di Gheddafi ha riportato la Libia alla sua condizione originaria tribale. L’errore che è stato commesso non è la caduta di Gheddafi, ma l’aver messo in pratica la formula americana del “disordine controllato”, cioè: lasciare il disordine nella possibilità che ad un certo punto si possa riportare l’ordine. Il problema è che oggi c’è un nuovo attore ad imporre il suo ordine che non corrisponde al nostro. Cosa fare? Noi stiamo cercando qualcuno che faccia la guerra per noi: curdi, Iran, il dittatore egiziano Al Sisi, che improvvisamente è diventato un gigante della democrazia laica. Attenzione solo a non cercare qualcuno di impresentabile. Bisogna prima conoscere chi e cosa si ha davanti e poi agire».

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