L'io e l'altro

L’io e l’altro, o noi e gli immigrati di Lampedusa.
Ogni forma di vita umana si umanizza nell’incontro con ciò che circonda l’uomo. Fin dal principio della vita infatti l’incontro si fa esperienza di conquista del senso e di ordine nel caos. Nel seno materno trova sollievo il pianto del neonato: ingurgitando il latte dopo il buio dell’origine conquista la vita, se non lo facesse piangerebbe fino a perderla. L’altro dunque è colui che risponde al nostro pianto, al nostro bisogno d’esistenza, e ciò avviene attraverso un movimento che giunge dall’esterno a noi, umanizzando.
I “viaggi della speranza” sono speranza di umanizzazione d’ esistenze represse e offese nei paesi d’origine, in cui la voce si fa corpo che rischia tutto per conquistare la vita. Le tragedie di Lampedusa ne sono triste esempio. Il mare restituisce mesto i corpi migrati senza respiro, dove ogni corpo è un grido soffocato senza ascolto, trovato invece dai superstiti nei soccorritori dell’isola. La risposta a quel pianto è stata un atto di difesa della vita che chiede di uscire dal buio e dal dolore. I soccorritori hanno così umanizzato non solo l’esistenza degli immigrati ma anche la loro: se al grido e al pianto corrisponde una risposta c’è la vita. E più l’invocazione e la risposta sono distanti, differenti nei loro aspetti e nei linguaggi, più nell’incontro si manifesta il miracolo della vitalità. Accade anche in natura, dove acqua e terra incontrandosi creano la flora. Accade nel samaritano dell’evangelista Luca, l’unico a “rispondere” col soccorso all’uomo pestato dai briganti, nonostante le distanze religiose. L’altro è dunque il prossimo, cioè colui che spesso è il più distante da noi.
Se al grido non corrisponde nessun ascolto e risposta c’è irrigidimento, conflitto, negazione della vita; c’è la pretesa ipermoderna dell’autofondazione e dell’autoalimentazione. Questa chiusura è alla base dei regimi di sospetto e di paura mostrati dal governo nazionale ed europeo, in cui l’arrivo dell’altro è già reato (Legge Bossi-Fini) e la sua domanda d’asilo un impiccio solo per lo stato “accogliente” e non per la comunità europea (Regolamento Dublino). Questa mancanza di cooperazione internazionale, capace di intercettare i flussi migratori analizzandone alla radice le problematiche, impoverisce il senso di mondo globalizzato, portabandiera della cultura contemporanea e dalla classe politica che la rappresenta.
Come i somali e gli eritrei di Lampedusa anche noi siamo un grido nel buio, e per questo ricerchiamo il senso delle cose nell’incontro con l’altro e nelle situazioni di vita che questo incontro comporta. Se smettessimo di farlo saremmo come l’uomo de “La solitudine” di Munch, adagiato malinconicamente sulla riva, in disparte e lontano dai chi, sullo fondo, è già sulla scena del mondo. Egli guarda il mare, incerto, nell’attesa di un barbaglio che possa illuminare il suo livore. Attende forse un incontro inaspettato. Chissà forse un emigrante da salvare per essere lui salvato dall’abbandono.

Daniele Giustolisi

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