Medici senza frontiere lascia Pozzallo
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Medici senza frontiere lascia Pozzallo

Medici senza frontiere annuncia l'uscita dal centro di accoglienza di Pozzallo e la chiusura del progetto di supporto psicologico nelle strutture della provincia di Ragusa. Pozzallo, infatti, "non offre le garanzie minime per una collaborazione efficace", accusa Msf che rinnova l'appello alle autorità italiane "affinché sviluppino risposte concrete e di lungo termine. I bisogni medici e umanitari delle persone piu' vulnerabili, passate attraverso condizioni durissime nel loro viaggio verso l'Europa, devono essere la priorità".

Dopo mesi di trattative e dopo avere denunciato pubblicamente lo scorso novembre, in Commissione parlamentare d'inchiesta, le carenze del sistema di prima accoglienza, "nessun segno concreto di miglioramento o alcuna volontà politica sono stati espressi dalle autorità locali e nazionali lasciando presagire il permanere di un modello strutturalmente inadeguato". "Nonostante le nostre richieste, le condizioni precarie e poco dignitose in cui vengono accolti migranti e rifugiati appena sbarcati - quali sovraffollamento, scarsa informazione legale e tutela dei diritti - rischiano di rimanere la realtà del futuro", dice Stefano di Carlo, capo missione Msf in Italia. In queste condizioni, "la nostra capacità di offrire una risposta efficace ai bisogni medici e psicologici delle persone vulnerabili - come le donne gravide, i minori e le vittime di tortura - accolte nel centro di Pozzallo e nei centri di accoglienza di Ragusa è estremamente limitata".

Nell'ultimo anno, oltre 150.000 persone sono arrivate in Italia via mare, di cui circa 15.000 sono sbarcate nel porto di Pozzallo, dove l'equipe medica di Msf - composta da medici, infermieri, psicologi e mediatori culturali - ha supportato l'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa per attività di screening sanitario e fornito oltre 800 consultazioni di supporto psicologico e assistenza a vittime di eventi traumatici. Proprio mentre il centro di Pozzallo si appresta a diventare un hotspot, conclude Msf,che continuerà le sue attività di supporto a Trapani, Catania, Roma e Gorizia, "siamo estremamente preoccupati che si trasformi nel modello della prima accoglienza in Italia, un modello che riteniamo del tutto inadeguato".

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