Papa Francesco, una

Papa Francesco, una "rivoluzione" non improvvisa

L’avvento di Bergoglio al soglio di Pietro segna l’esercizio di una leadership spirituale e politica del tutto nuova. Così come avvenne ottocento anni fa con il suo omonimo santo, l’azione di Francesco non si colloca più nel solco dell’interpretazione delle littera cristiana, ma nella sua esperienza. La Parola non è più letta ma fatta. Il pontificato di Bergoglio si apre come un ritorno a Gesù e alla vita evangelica. Che questo appaia eccezionale e rivoluzionario dovrebbe far riflettere su come un certo cristianesimo abbia sedimentato quella “psicologia della tomba” rifiutata dal Papa nell’Esortazione Evangelii Gaudium. Egli non si preoccupa di riempire il vuoto lasciato dalle principesche ed agiate strutture temporali. Semmai lo lascia costantemente aperto come spiraglio per una nuova evangelizzazione.

Con Bergoglio stiamo vivendo gli esiti di un lungo processo che, dal Vaticano II in poi, ha portato la chiesa ad esaminare e ripensare se stessa nel mondo di oggi. Non tenendo conto di questo complesso percorso, si rischia di leggere sistematicamente l’azione di Francesco in chiave sensazionalista, oscurando la preparazione storica della sua azione. Se oggi il pontefice è più vicino alla comunità dei fedeli e non, è perché Francesco sta mettendo in pratica una sintesi dei pontificati precedenti alla luce delle pressanti esigenze del nostro tempo. Egli dimostra di voler leggere il presente con le sue categorie, non distruggendo per questo la tradizione ma servendosi della sua sapienza per orientare il futuro.

Dietro la richiesta di essere interrogato oggi sulla natura del suo ruolo (Evangelii Gaudium 32), c’è una grande domanda già avanzata dai precedenti papi: dal celebre “Discorso alla luna” di Giovanni XXIII (La mia persona non conta niente), ai dubbi di Wojtyla sull’esercizio del suo primato a fronte di «una situazione nuova» (Ut unum sint). Fino a quell’umanità prorompente di Benedetto XVI che, rimettendo la sua coscienza a Dio, ha trasformato, come Cristo in croce, un fallimento in preziosa opportunità di nuovo senso.

Nel tempo dell’evaporazione dei poteri verticali, Bergoglio propone una chiesa orizzontale, che non sia specchio dei suoi eletti ma un abbraccio esteso fino ai confini del pianeta. Egli, primo papa a non aver vissuto dall’interno il Concilio Vaticano II, sperimenta gli strumenti di quell’esperienza giunta, forse, alla fine della sua gestazione. La Costituzione dogmatica Lumen Gentium, per esempio, legittima la fiducia e le responsabilità che Francesco attribuisce alle Conferenze Episcopali, alle quali è affidata «la cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra». La chiesa di Francesco è una chiesa “callejera”, di strada, che legittima se stessa lungo le vie del mondo. Solo andando verso le periferie sarà possibile una chiesa di reale comunione, di cui gli otto cardinali, sempre al seguito del pontefice, sono espressione.

L’evangelizzazione proposta da Francesco percorre le strade del mondo ma anche quelle delle reti comunicative. Con quel rassicurante “Buonasera”, da speaker radiofonico, il nuovo papa è entrato da subito nell’immaginario e nei linguaggi del media system, esercitandovi una leadership morale. Ben consapevole della loro potenza mediatica, Bergoglio riconosce nei mass media un potente alleato nel servizio ai popoli della terra. Un’alleanza che in settembre ha permesso al pontefice di svolgere un ruolo determinante per la pace in Siria, mobilitando l’opinione pubblica con la preghiera. Ma non sempre la comunicazione assolve questo compito. Di fronte alla sovraesposizione mediatica del nuovo pontefice, c’è spesso il tentativo di azzeccare morbosamente il significato eccezionale di ogni sua azione. Non tenendo in considerazione come sia il presente, ormai, a pretendere una nuova credibilità della chiesa. Partendo da quella disarmante semplicità tanto cara al suo pastore argentino. È un rinnovamento che si muove a prezzo di delicati equilibri ma che Francesco, più avveduto di quanto possa apparire, sembra già calcolare. Nelle grandi questioni del nostro tempo, egli si pone prudentemente in un atteggiamento d’ascolto, tenendo come fermo riferimento l’insegnamento della Chiesa. Il suo principale obiettivo sembrerebbe non tanto il cambiamento della dottrina, ma la sua umanizzazione posta al servizio di tutta la comunità.

A marzo il suo pontificato compirà appena un anno, e i numerosi momenti significativi già in esso raccolti indicano l’intensità del suo Magistero. Ma siamo solo all’inizio, anche se l’intenzione del Pontefice è chiara: andare oltre le strutture più indurite e compassate, affermando quello spirito conciliare che esige entusiasmo nella fede e una forte vitalità operativa.

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