Perdonatemi, né Saviano, Fazio o Eco ...solamente Tolstoj!

A distanza di un anno dalla follia di editore e direttore nel voler intraprendere questa rubrica medievale in Sicilia Today, ho il piacere di sottoporvi alcuni significativi ed intensi passi tratti dalle ultime pagine del celebre romanzo “Anna Karenina” di Lev Nikolaevic Tolstoj.

Si tratta di uno spunto di riflessione che riabbraccia le diverse tematiche su cui ci siamo spesso accapigliati in questi mesi.

È la riflessione di Levin, uno dei protagonisti del romanzo, sul senso più profondo dell’esistenza, un interrogarsi osservando il nichilismo ed il materialismo dilaganti già nel loro nascere; la confessione di un uomo che si trova in quell’ineffabile cammino ritorno a Dio: la conversione.

Parole, concetti e riflessioni quanto mai attuali, pronunciate da uno dei più grandi scrittori della storia.

«Prima dicevo che nel mio corpo nel corpo di questo filo d’erba e di questo scarabeino (ecco che non ha voluto andar sul filo d’erba, ha raddrizzate le ali ed è volato via) si compieva secondo le leggi fisiche, chimiche, fisiologiche uno scambio di materia. E infatti in tutti noi, insieme con le alberelle, e con le nubi e con le nebulose si compieva un’evoluzione. Evoluzione da cosa? Verso cosa? Un’infinita evoluzione e lotta … Come se ci potesse essere una qualche direzione e una lotta nell’infinito! E mi stupivo che, malgrado la più gran tensione di pensiero su questa strada, non si scoprisse tuttavia il senso della vita, il senso dei miei impulsi e delle mie aspirazioni. Adesso invece dico che so il senso della mia vita: vivere per Dio, per l’anima. E questo senso, malgrado la sua chiarezza, è misterioso e meraviglioso».

E ripetè in breve a stesso tutto il cammino del proprio pensiero in quegli ultimi due anni, il cui principio era una chiara, evidente idea della morte alla vista dell’amato fratello malato senza speranza.

Avendo allora per la prima volta capito chiaramente che per ogni uomo e per lui innanzi non c’era nulla, oltre alla sofferenza, alla morte e all’eterno oblio, aveva presa la determinazione che così non si poteva vivere, che bisognava o spiegar la propria vita in modo che essa non apparisse una malvagia irrisione d’un qualche diavolo o spararsi.

Ma non aveva fatta né l’una cosa, né l’altra, sibbene aveva seguitato a vivere, a pensare e a sentire e in quello stesso tempo aveva persino preso moglie e provate molte gioie ed era stato felice, quando non pensava al significato della propria vita. Che significava questo? Significava ch’egli aveva vissuto bene, ma aveva pensato male.

Aveva vissuto (senza averne coscienza) di quelle verità spirituali che aveva succhiate col latte, e aveva pensato non soltanto senza riconoscere queste verità, ma eludendole con cura. Adesso gli era chiaro che aveva potuto vivere soltanto grazie a quelle credenze in cui era stato educato.

«Che cosa sarei e come avrei vissuta tutta la mia vita se non avessi queste credenze, se non sapessi che bisogna viver per Dio, e non per i propri bisogni? Ruberei, mentirei, ucciderei. Nulla di quello che costituisce le gioie principali della mia vita esisterebbe.

Di dove ho preso questo? Sono forse giunto con la ragione a concludere che bisogna amare il prossimo e non soffocarlo? Me l’hanno detto nell’infanzia ed io ci ho creduto con gioia, perché mi avevano detto quello che avevo nell’animo. E chi l’ha scoperto? Non la ragione. La ragione ha scoperta la lotta per l’esistenza e la legge che vuole siano soffocati tutti quelli che ostacolano il soddisfacimento dei miei desideri. È questa una deduzione della ragione. E che si debba amare un altro non poteva scoprirlo la ragione, perché è una cosa irragionevole».

«(…)Suvvia lasciamo andar soli i bambini, perché da loro stessi si procurino, facciano le stoviglie, mungano il latte ecc. Si metterebbero a far birichinate? Morirebbero di fame. Suvvia lasciateci andare con le nostre passioni, i nostri pensieri, senza il concetto di bene senza la spiegazione del male morale. Suvvia costruite qualcosa senza questi concetti! Noi distruggiamo soltanto perché siamo spiritualmente sazi. Proprio bambini!»

«(…) Io educato nel concetto di Dio, da cristiano, dopo aver riempito tutta la mia vita di quei beni spirituali che mi ha dato il cristianesimo, colmato tutto e vivente di questi beni, io, come i bambini, non comprendendoli, distruggo cioè voglio distruggere quello di cui vivo. E non appena incombe un grave momento della vita, come i bambini quando hanno freddo e fame, vado verso di Lui, e ancora meno dei bambini, che la madre sgrida per le loro infantili birichinate, sento che i miei infantili tentativi di agitarmi, per troppo benessere non mi sono contati.

Si quello che so, non lo so con la ragione, ma mi è dato, mi è rivelato, e io lo so col cuore, credo in quella cosa principale che professa la Chiesa».
(da “Anna Karenina” Parte Ottava estratto dai capitoli XII e XIII)

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