Processo Stato-Mafia, pentito Messina: "Avrei ucciso Bossi, ce l'aveva con i meridionali"
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Processo Stato-Mafia, pentito Messina: "Avrei ucciso Bossi, ce l'aveva con i meridionali"

Nel corso di una delle udienze del processo Stato-Mafia, in corso a Palermo, il pentito di mafia Leonardo Messina, in risposta a una delle domande del Pm Nino Di Matteo, ha dichiarato la sua ostilità verso Umberto Bossi.
“Un giorno c’era Umberto Bossi a Catania e io dissi a Borino Micciché (capomafia di Cosa Nostra) questo ce l’ha con i meridionali, vado e l’ammazzo. Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo. L’uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti”.

Messina ha poi spiegato il progetto di Cosa Nostra all’inizio degli anni ’90: “Avevamo un progetto separatista, si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato”. Per portare a compimento il disegno, Messina ha aggiunto che i malavitosi siciliani erano pronti “ad acquistare dalla ‘ndrangheta una grossissima partita di armi, tra cui bazooka, kalashnikov e pistole, investendo circa 2 miliardi di lire”.

Altra rivelazione di Messina è quella relativa a Giulio Andreotti, considerato, dentro Cosa Nostra, un “uomo d’onore, ‘punciuto’ (affiliato, ndr) e che ci avrebbe garantito al maxiprocesso”.

Nell’ambito del maxi-processo, di cui la pubblica accusa è rappresentata dal pm Nino Di Matteo, giungono dal carcere di Opera, pesanti come pietre, le minacce del boss Totò Riina: “Questo Di Matteo non ce lo possiamo dimenticare. Corleone non dimentica”.

La dichiarazione, risalente allo scorso 13 novembre, è stata estrapolata grazie all’intercettazione di una conversazione che lo stesso Riina aveva avuto con un mafioso pugliese. A quest’ultimo, che gli chiedeva come avrebbe fatto ad eliminare Di Matteo se l’avessero portato in una località riservata, Riina avrebbe risposto: “Tanto sempre al processo deve venire”.

Proprio in virtù delle minacce ricevute, il vicepremier e ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha confermato l’assegnazione di una speciale misura protezione a Di Matteo. Si tratta di una vettura di servizio dotata di un dispositivo “bomb jammer”, in grado di neutralizzare o prevenire attentati terroristici o altri crimini condotti attraverso l’utilizzo di ordigni esplosivi radio-controllati a distanza.

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