Rosso rivoluzione, ovvero color Crocetta
NyTimes
C'eravamo tanto amati

Rosso rivoluzione, ovvero color Crocetta

Ora che è appena partita l’iniziativa del “Corriere della Sera” di pubblicare in edicola la discografia completa di Francesco Guccini, apparirà forse un po’ meno bizzarro iniziare questo pezzo ricordando uno dei versi più famosi del cantautore di Pavana: però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni.

E se i gentili e perplessi lettori, attirati fin qui da un titolo di politica regionale, volessero andare a vedersi la pubblicità dell’iniziativa con cui il quotidiano di via Solferino omaggia uno dei grandi della musica del nostro paese, la bizzarria di chi scrive forse svanirà del tutto. Perché a leggere il testo promozionale - “L’opera integrale di un poeta che ha raccontato il coraggio, l’amore, il disagio dei più deboli, i luoghi della memoria, la nostra storia” – i suddetti lettori perplessi, si spera ancora gentili, non potranno non notare come “coraggio”, “amore”, “disagio dei più deboli” siano termini che si sposano perfettamente per raccontare il nostro illustrissimo presidente Saro Crocetta. Eccezion fatta, si capisce, per “opera integrale”, particolare in egual misura insignificante o catastrofico, a seconda del personale giudizio che i lettori danno della vita e dei miracoli dell’ex sindaco di Gela.

Ed è proprio sulla vita e i miracoli, valutati sulla base del grado di realizzazione della rivoluzione, promessa, proclamata, urlata, sbandierata, come un mantra già dai felicissimi giorni della trionfale campagna elettorale, che il presidente Crocetta si sta giocando molto del suo consenso tra la gente. O, come preferiscono dire gli uomini politici di ogni colore e grado, tra il popolo.

Sì, perché a Palazzo, nella casta – ed è uno dei pochi dati certi e incontrovertibili di questa legislatura che si sta avviando, forse, a spegnere la prima candelina – Crocetta ha già dilapidato i numeri, in partenza un po’ traballanti, che aveva quando si è adagiato sulla poltrona più prestigiosa di Palazzo D’Orleans.



Tra un’intervista e un comunicato stampa, è andato in pezzi anche l’avveniristico laboratorio che aveva dato vita al “modello Sicilia”, così come battezzato da tutti i media nazionali quando ancora una volta Roma sperava che dal cilindro politico dell’Isola venisse fuori il coniglio ex machina, capace questa volta di offrire un’alternativa al fallito smacchiamento del giaguaro. Sembra passato un secolo, ma sono solo pochi mesi.

Mesi durante i quali il governatore siciliano ha detto di tutto e di più, su tutti gli argomenti dello scibile umano, pompando a mille la sua rivoluzione, in grado finalmente di far spiccare il volo a questa amara terra di mafia e fichi d’india ed estendendo così la sua notorietà oltreoceano e, addirittura, oltre il cielo, fino ai confini di Marte.

E se già gli “amici” del partito democratico avevano digerito a fatica e, probabilmente, anche con malcelata invidia il “santino” che l’International Herald Tribune – edizione “globale” del New York Times, pubblicato a Parigi, stampato in 28 città in tutto il mondo, letto in 180 paesi – ha dedicato al presidente, definito un uomo solo in lotta contro la mafia e i poteri inamovibili, lo sfondamento mediatico di popolarità di Crocetta anche su Marte ha fatto traboccare il vaso della sopportazione.

Il Pd non ci ha visto più e, mascherando il tutto, con l’abituale lungimiranza politica, come una squalliduccia querelle di poltrone, ha deciso di non appoggiare più il presidente e di uscire dalla maggioranza di governo. Assolutamente intollerabile, infatti, che qualcuno, tra l’altro sotto le ambigue insegne del Megafono, andasse alla conquista del pianeta rosso. Nessuno, nemmeno Crocetta deve osare, nemmeno per un attimo, appropriarsi del rosso: il rosso, il rosso rivoluzionario si sa, è del partito democratico e la bandiera rossa continuerà a sventolare per mano del Pd. Come sempre.

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