Salernitana-Nocerina, un derby italiano tutto malato

Un’altra sconfitta per il calcio italiano. L’ennesima, da non contarne più. Questa volta si consuma in Lega Pro, nel sentito derby Salernitana-Nocerina durato appena 21 minuti. Fa tutto la squadra ospite: triplice cambio al primo minuto e cinque infortuni nel primo quarto di gara. Sostituzioni esaurite e solo sei giocatori in campo per i rossoneri. Fine del numero regolamentare di atleti e fine della gara.

È tutta qui la farsa dal retrogusto italico andata in “scena” ieri allo stadio Arechi di Salerno. Ventuno minuti di commedia tragicomica da far invidia al genio di Plauto o agli sketch esilaranti di Chaplin. A muovere la calcolata follia dei giocatori ospiti è stata la regia dei loro ultrà, cui era stato impedito l’ingresso allo stadio. «Dalle tifoserie non arrivano segnali distensivi» aveva detto nei giorni scorsi Antonio De Iesu, questore di Salerno, decidendo in seguito, insieme al CASMS (Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive), di impedire la trasferta ai tifosi ospiti.

Apriti cielo. Per alcuni ultrà il rancore per il divieto si è tramutato ieri in un più che minaccioso «O ci siamo anche noi oppure non dovete esserci neanche voi» rivolto ai loro stessi beniamini in ritiro pre gara. Traduzione pratica: il derby non s’ha da fare. Scossa la squadra della Nocerina parte comunque per Salerno pur avendo già deciso: in campo non si scende. Non per solidarietà ai supporters ma per paura del loro diktat. Non varranno a nulla le rassicurazione del questore, né della stessa società rossonera intenzionata a giocare: gli atleti si sentono in pericolo. Da qui la scelta di entrare in campo e di far in modo che quel sentimento, così estraneo ad una partita di pallone, finisca presto. Il seguito è stato detto: ventuno minuti d’impotenza, stupore e rabbia. Di tutti.

Nel surreale e precoce dopo gara si susseguono sgomenti i commenti dal mondo calcistico: «Un danno di proporzioni enormi, un fatto di una gravità assoluta» dichiara Francesco Ghirelli, direttore della Lega Pro; «Scenario avvilente di terrore e minacce» lo incalza Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio. «Abbiamo acquisito filmati e testimonianze di quanto accaduto ed avvieremo le opportune indagini» chiosa il questore De Iesu.

Il mancato derby è un ulteriore morso fatale al fegato del calcio italiano, corroso già da scandali di giocatori, dirigenti e tifoserie sempre più irrequiete. È un fegato incapace di rigenerarsi come quello di Prometeo e di metabolizzare la perdita di dignità e credibilità del mondo pallonaro. Lo ha dimostrato il sondaggio Demos-Coop di settembre, rivelando come in quattro anni coloro che si dicono tifosi si siano ridotti da oltre metà della popolazione a poco più di un terzo: una quota di persone sempre più ristretta, ma sempre più accesa. Il 47% della popolazione (tifosa) infatti è costituita da “ultratifosi”, la componente più calda e militante del tifo italiano che dimostra, come a Salerno, di poter sistematicamente soggiogare il ricco e paffuto sistema-calcio.

Così il cuore agonizzante di questo sport continua mesto a perdere i battiti della sua passione, sotto le cadute imbarazzanti dei giocatori della Nocerina, costretti ieri a ridicolizzarsi per sfuggire a minacce di morte; sotto il peso di contratti milionari indifferenti alle tribune semideserte, in cui vittoria e sconfitta sportiva deflagrano. In serata giunge anche la notizia del ferimento di quattro tifosi juventini nel match della loro squadra contro il Napoli . Pulsioni violente, intolleranza etnica, corruzione e insicurezza: no, questo mondo del calcio non è più «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo» come scriveva Pasolini, semmai l’ultimo torbido riflesso di un viziato e desolante Paese alla deriva.

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