Sanremo 2013, le pagelle di Siciliatoday
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Sanremo 2013, le pagelle di Siciliatoday

Anche la seconda puntata del Sanremo targato Fazio - Littizzetto è andata. Con un calo di telespettatori fisiologico, il risultato ottenuto dall'auditel è infatti stato migliore dello scorso anno. Un elevato livello musicale di certo, che di contro però si misura a un'inutile e noiosa porzione di televisione, dedicata all’intrattenimento che non intrattiene. Se non fosse per l’ironia terragna e quotidiana di Luciana Littizzetto, che ieri sera ha trovato il giusto equilibrio tra ciò che è meglio dire e ciò che è meglio non dire, avremmo sicuramente preferito guardare la Champions.

Meccanismo del doppio brano (5). Un Sanremo più giovane ci dicono gli addetti ai lavori, in cui la musica è l’unico spettacolo, ma il meccanismo dei due brani non ci convince fino in fondo: non c’è tempo di interiorizzare un brano che l’ascolto viene turbato da quello della canzone successiva, e tutto si risolve in una gran confusione.

Segnale acutistico (1). Idea pessima di segnalare il momento del verdetto, in cui viene proclamata la vittoria tra i due brani in gara, con suoni onomatopeici di ogni tipo e non solo: motoseghe, telefonini e cicalecci vari. Non sempre risulta comprensibile quale canzone sia passata e quale no: solo un gran frastuono che non produce nemmeno un atomo della più infima molecola di comicità.

Gli ospiti inutili (4) : Bar Rafaeli con le sua tutina traforata e la sua vena da batterista (di polli) e Carla Bruni in versione casual, con chitarra e tailleur da lavoro al seguito. Gli ospiti utili: Asaf Avidan, il cantautore israeliano noto per la hit 'Reckoning Song', ha avuto il merito di coinvolgere ed emozionare (9); così come Beppe Fiorello (10) in versione promozionale, garbato ed elegante alla maniera sicula. Intensa, anche con il mal di gola, l’interpretazione di ‘Vecchio frac’.

I giovani come sempre sono stati relegati a fine serata, anche in quello che è stato ribattezzato, il ‘Festival di sinistra’. Fra questi sono passati i più convincenti: Renzo Rubino in versione operistica (6.5) e i Blastema dal sound rock (7).

Le pagelle dei 14 Big in gara: brani in concorso

Almamegretta - Mamma non lo sa : (7). Sonorità dub di ascendenza reggae per una denuncia umanista contro l’industrializzazione delle campagne: ‘dalla zappa alla catena non è come andar una mattina al mar oppure passeggiar se ti fanno mettere una bella tuta blu quello che eri non sei più.’
Annalisa - Scintille: (5). Uno swing da prodottino sanremese. Limpida la voce come gli shorts, niente di più.
Chiara - Il futuro che sarà: (6). Brano a passo di tango da riscaldare un po’ di più. Bella la voce alla ricerca di un proprio stile. Si rifarà.
Daniele Silvestri - A bocca chiusa: (8). Ballad in romanesco dove ‘partecipazione certo è libertà ma è pure resistenza’. Temi sociali dolcemente declinati al pianoforte. Elogio per la presenza, durante l’esecuzione del brano, di Renato Vicini, interprete della LIS, la lingua italiana dei segni.
Elio e le Storie Tese - La canzone mononota: (10). Genialissimo brano costruito solo sul do. Un manuale della musica con citazioni alte: Rossini, Dylan e Jobim.
Malika Ayane - E se poi: (7.5). Chioma bionda non intonata alla voce speziata dell’artista. Incantevole, straordinaria ed elegante. Una signora della musica.
Marco Mengoni - L'essenziale: (4). Non convince la voce impastata e la pronuncia indicibile. Ha forse pagato lo scotto di esibirsi per primo, speriamo nella prossima performance.
Maria Nazionale - E’ colpa mia: (3.5). Fuori dal mondo. Dopo aver fatto fuori il brano di Gragnaniello dalle belle sonorità mediterranee ‘Quando non parlo’, ha reso il brano di Servillo divertente fino alle lacrime, forse anche per la mise color rosa Schiapparelli, improbabile. Come a dire, bella la voce ma non il vestito. Un mezzo voto in più va al décolleté procace.
Marta sui Tubi – Vorrei: (7). Avremmo preferito ‘Dispari’ anche noi, ma ha vinto la più confacente al contesto ‘Vorrei’. Qualche imperfezione vocale di Giovanni Gulino. La stoffa c’è, il rock pure. Promossi i testi colti della band folk, amata anche da Eva Henger.
Max Gazzè - Sotto casa: (7.5). Ispirata a un testimone di Geova che bussa alla porta in cerca di dialogo. Orecchiabile, divertente e convincente.
Modà - Se non si potesse non morire: (2). Se invece si potesse per non ascoltarli. Commerciali fin troppo.
Raphael Gualazzi - Sai (ci basta un sogno): (7). Incanta con una ballad da pelle d’oca. E se la voce un po’ traballa? Gli abbassiamo il voto in pagella!
Simona Molinari con Peter Cincotti - La felicità: (6). Orecchiabile in versione swing, o meglio elettroswing. Il tutto all’insegna del vintage o forse del vecchio già sentito.
Simone Cristicchi: La prima volta (che sono morto): (5). Non convince a sufficienza, ironico e surreale il testo, forse è colpa del sound o di una voce troppo timida.


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