Scontri lungomare. Crisi del politico, crisi di civiltà

Scontri lungomare. Crisi del politico, crisi di civiltà

Catania violenta, rabbiosa. Nuda. L’altra sera poteva essere Bagdad o il terzo mondo, dove violenza e rabbia sono forze prelinguistiche e irrazionali. Prelinguistiche perché anticipano la parola e la superano infinite volte. Stanno nel fondo oscuro. Nell’innominabile pozzo di miseria e stanchezza le cui acque, in città, si stanno ingrossando. Irrazionali perché per esternarsi esigono l’atto puro, l’abbandonarsi totalmente. Con tutti i suoi rischi.

La crisi del politico in città è la crisi del civile. Non si sa più come tradurre la violenza e la rabbia se non con la violenza e la rabbia stesse. Catania vive una crisi di autorappresentazione collettiva. Se non c’è autorappresentazione c’è la fine del simbolico. E una città senza simboli non è una città ma un campo da guerra. Non soltanto la crisi economica, del lavoro, ma la crisi del Bellini, la crisi di spazi espressivi, persino, per alcuni, la crisi del Catania. Che piaccia o no. Tutti simboli decaduti entro cui iscrivere una propria tradizione civile e di autorappresentanza. Nella quale articolare le differenze sociali e culturali in modo da renderle ricchezze.

L’altra sera, infatti, i biciclettisti non erano altro che biciclettisti e i paninari nient’altro che paninari. Ognuno rimandava al proprio mondo, alle proprie ragioni. Il povero lungomare era solo una zona franca, spettrale, di contesa. Tra le due fazioni (bisognerebbe dire tra il povere giovane pestato e i paninari) non c’era più un linguaggio comune. Nel drammatico video il giovane ciclista grida coraggiosamente la sua rabbia (irrazionalmente) in italiano. I paninari lo intimidiscono (irrazionalmente) in un dialetto terrificante “ iu t’ammazzu” “cunnutu” “ca cumannu ju”. È l’emblema di una città, Catania, spaccata, radicale. In cui il fratello fa la lotta contro l’altro fratello. Il Padre non riconosce più come comune lo spazio con il Figlio.

La crisi catanese è la crisi del politico e quindi del civile e del morale. Le istituzioni che ne dovrebbero essere garanti non hanno praticamente più presa su un ordine d’illegalità paragovernativo che vige permanentemente in alcune aree della città. Anzi, in molti casi quest’ordine si è completamente sostituito all’amministrazione locale. La irride, la reputa al massimo un nemico complottista “Cu ti resi i soddi, u sinnacu?”, domanda uno dei balordi al giovane pestato.

Bisogna scegliere, ora, da che parte stare. I no radicali fanno la storia, il rifiuto netto. Catania sarà in crisi fino a quando sarà in crisi il politico e il suo potere di rappresentazione simbolica. Le immagini del pestaggio ce lo rivelano: il giovane ciclista non era altro che se stesso, così come i paninari erano se stessi, così come i vigili non erano altro che se stessi, cioè senza autorità, inermi, poveri nonni. Se il senso più autentico di comunità è custodire ed articolare le differenze verso un orizzonte di bene comune, allora Catania è frontiera, è ipocrisia. Come è ipocrita la chiusura mensile del lungomare. È un bell’abito su un corpo lacerato. È una bella iniziativa che strizza l’occhio ad usanze centronordiche. Ne ha travasato, in modo integrale, un modello culturale senza prepararne il terreno. In una cultura in cui il bene pubblico spesso coincide pericolosamente con il bene privato, la proprietà comune con la proprietà individuale. E la frase “ca cumannu ju” è un manuale di antropologia e di storia siciliana. È la deriva più abietta di un modo di intendere le strade, i marciapiedi, i beni culturali come diretta estensione del proprio patrimonio, della propria casa. Senza la mediazione del politico e cioè senza l’apertura ad un senso civico collettivo.

Ora, a che serve “la domenica a piedi” se ordinariamente i marciapiedi di via Plebiscito sono occupati dalle macchine, ostruendo il percorso verso il Vittorio Emanuele? A che serve se la Piazza Dante è sconquassata dal sovraccarico illegale di macchine, che degradano il patrimonio del monastero? A che serve se poi devo pagare il posteggio agli abusivi? È un tranquillante morale che alimenta e paradossalmente rende normale un ordine permanente di illegalità, legittimato, a suo modo, a garantire una certa e arbitraria legalità-illegale in città.

Un rifiuto netto conta, e riprendersi la città. Dai piedi.

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