Seppur sospesi
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Samuel Beckett Bridge, Dublin, Ireland

Seppur sospesi

Dublino si vive velocemente: studenti, manager, camerieri, imprenditori si mescolano fra loro e camminano a passo sostenuto senza voltarsi indietro. Il loro “sorry” equivale al catanese “moviti”, e non è sempre un modo gentile per dirti di farti da parte. Tante volte vorrei raccontare la vita di ognuno di loro, imparare qualcosa dalle loro esperienze e arricchirmi attraverso le loro parole. A Dublino, esistono due posti, dove tutto questo accade quotidianamente: il primo si affaccia sul River Liffey; l’altro è Camden, una strada ricca di pub, locali, negozi, banche e supermarket.

Mi fermo a uno dei tanti Spar presenti in zona. Piove, tira vento, eppure consumo il mio pasto all’aria aperta, appoggiato su un muretto alto e scomodo. Non faccio in tempo a iniziare il mio pranzo che un tizio in giacca e cravatta mi si para davanti chiedendomi cortesemente se posso fargli posto. Mi scanso e lo invito ad accomodarsi. Si chiama Kieran, ha trent’anni e fa il manager per una famosa banca irlandese. Sto lì con il mio giubbotto blu da studente, le mie scarpe da tennis, e il mio zaino preparato per la prossima lezioncina sul secondo e terzo condizionale. Accanto a me, invece, siede un mio coetaneo con un bel completo grigio scuro e una borsa che profuma di carriera, sacrifici e speranze. Mi racconta un po’ di sé: “La mia vita è piuttosto monotona. Lavoro, lavoro e lavoro. Guadagno abbastanza da spendere i miei soldi senza problemi. La mia famiglia è più che benestante, e i miei genitori continuano a sostenermi in tutti i modi”. Penso al mio direttore che mi esorta a parlare più di me. Mi butto: “La mia vita non ha definizione. Cerco di trovarne una ma mi perdo sempre tra mille parole. Non ho una definizione per nulla, né per il presente né per il futuro. Tu dici monotona, io dico sospesa. Come diceva Dante: io sono tra color che son sospesi”. Mi osserva sbalordito: ”Oh, forse anch’io mi sento un po’ sospeso”. “Cioè?” chiedo incuriosito, e un goccio di coca mi va di traverso. “Non so – mi risponde – a volte penso che la mia vita poteva essere davvero diversa. Ho fatto quello che gli altri si aspettavano da me, anche se a volte vorrei svoltare e dedicarmi alla mia unica passione: la pittura”.

Rido di gusto. Lui, con l’aria ancor più divertita, mi apre la sua valigetta e mi mostra i sui disegni. Sono incantevoli. Kieran ha talento: ritrae donne bellissime e i loro occhi hanno qualcosa di magico.

Finito il mio pranzo, lo saluto, e mi dirigo verso George’s street. Lungo la via incontro un uomo seduto in strada con un libro in mano; rimango senza fiato, mi avvicino e vedo che tra le mani tiene “Amleto” di Shakespeare. E’ sulla quarantina, ha una folta barba rossiccia, e gli occhi vivi, azzurri come il cielo d’Irlanda. “Ti piace Shakespeare?” gli domando. “Lo adoro” mi risponde e m’invita a sedermi con lui. Si chiama Fabio, e tanto basta per fidarmi. Sorridendo gli dico: “Mio cugino si chiama come te, e per me è più che un fratello”. Suo nonno è di Torino ma Fabio non parla una parola d’italiano. Ci tiene a farmi sapere che non è un barbone ma vive alla giornata: oggi si trova seduto qui, domani chissà! “Non ho trovato ancora la mia strada – mi confessa – ma so dove voglio stare”. E’ un po’ strano, di poche parole ma ha uno zaino carico di libri: Dickens, Milton, Dante, Dostoevskij; testi consumati, con le pagine vecchie e ingiallite. Parliamo di “David Copperfield”, il capolavoro assoluto di Dickens e dell’eleganza della sua scrittura. “Certi scrittori – gli dico – non sono grandi per caso, ma i loro classici penetrano l’essere umano come nessuno sa fare”. Fabio riflette un secondo e mi esprime tutta la sua ammirazione per il nostro Pasolini: “Anche lui è tra i grandi”. Quest’uomo non mi racconta di sé ma m’inonda di citazioni letterarie e riferimenti di letteratura russa. Ha carisma, è intelligente e ha una cultura invidiabile. Quando lo saluto, mi dice solamente: “Scrivi per me”. Ci abbracciamo come due vecchi amici, e lo lascio al suo libro.

Prima di raggiungere il Liffey, giro per una stradina laterale e mi fermo a guardare dei ragazzi che giocano su un campo di calcetto. Mi unisco a loro. Ho un tallone malandato, un ginocchio che non è più quello di una volta, ma non ho di certo dimenticato come si tocca un pallone. Ricordo il cortile sotto casa mia, dove da bambini crescevamo tutti con il pallone fra i piedi, le urla per di gioia, e i primi allenamenti con le squadre giovanili della mia città. Sento finalmente il profumo della strada invadermi dappertutto; in fondo, penso, Fabio e Kieran non sono così diversi: entrambi, seppur sospesi, hanno trovato il loro posto nel mondo.

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