Suor Cristina: quel riflettore che spegne il sacro
un fotomontaggio di suor Cristina "rock" apparso in rete

Suor Cristina: quel riflettore che spegne il sacro

“Ho un dono e ve lo dono” è il felice slogan di suor Cristina, la giovanissima e famosissima orsolina concorrente di The Voice Italy. È uno slogan, appunto: tanto telegenico da impazzare sui media mondiali, quanto perfettamente antiespressivo. In esso c’è la rigidità stereotipa, la malizia e il calcolo che non sono propri della comunicazione. Almeno, di quella comunicazione libera e cangiante.

C’è qui, però, un che di evangelico: c’è la salatura di cui abbisogna una terra sciapa e il chiarore di una lucerna che non può stare sotto il moggio. E c’è l’esortazione pietrina a vivere secondo la grazia ricevuta, mettendola sempre al servizio degli altri. Certo, trascurando sia l’esercizio della buona amministrazione, raccomandato dall’ apostolo, che il duro monito del Maestro: non dare perle ai porci.

Dettagli. Lo slogan ha fatto centro. Anzi, ha bucato lo schermo, dando inizio ad una fervente missione: «Io sono qui per evangelizzare», dichiara suor Cristina. Una missione d’apostolato che ha folgorato sulla via di Damasco i giudici della gara: quattro mammalucchi che, con spontaneità disarmante, gareggiavano a loro volta sulla posa più stucchevolmente sorpresa da assumere. Ignari, senza dubbio, di come l’abito di suor Cristina fosse stato espressamente ricercato dalla produzione del programma.

Insomma, della chiesa accidentata di papa Francesco qui c’è davvero poco. Semmai c’è la sua più distorta e prevedibile variante clerical pop, che ammicca al più duro potere. Con buona alleanza di gran parte dei media cattolici e non. Quel potere che la chiesa avrebbe dovuto fronteggiare, a metà già del secolo scorso, con furia paolina da cui invece è stata trafitta, umiliata, folclorizzata. Questa chiesa che adesso cerca con Francesco di ripensarsi e ristrutturarsi nel mondo, ha il dovere di affrontare questo nuovo potere che nelle parole e nei gesti del pontefice vorrebbe legittimarsi. Tant’è che l’orsolina ha più volte dichiarato di aspettare con trepidazione la famigerata e benedicente chiamata di Francesco.

Se in passato il potere consumistico non ha minimamente considerato la chiesa cattolica, asfaltandola come castello di carte al vento, adesso la ricerca: esso accoglie il sacro religioso per svuotarlo e dare una definitiva aurea mistica al sacro laicistico ed edonistico. E lo fa attraverso le sue solite tirannie di cui suor Cristina è (in?)consapevole vittima: il Nome del soggetto viene ridotto a Cosa dell’oggetto; la qualità, il talento a marca di bruciante consumo. The Voice diventa soltanto a voice. E si compie in diretta l’ultimo sacrificio: la bellezza di un velo violentata dagli schermi. Da quel violento proposito di uguagliare e democratizzare la sacralità del mistero, renderlo già visto e non visibile.

Così gli apologeti di suor Cristina teorizzano la necessità di un sacro finalmente libero dal suo fondamento opprimente: il nascondimento. Ma mentre teorizzano cadono in uno sbaglio paradossale: come analizzava Manacorda, i modi inutili e superficiali della tv inducono lo spettatore a seguire morbosamente la parte formale del discorso (il velo), proprio quella parte che in suor Cristina si vorrebbe falsamente normalizzare, trascurando la parte sostanziale (la sua forza simbolica e il suo talento). La potenza del simbolico lascia così il posto all’ icona, superata, svuotata, già satura, che restituisce solo i cocci di quella visione molteplice, magmatica e irrazionale del religioso.

Ma io vorrei continuare a meravigliarmi sempre alla vista di un velo. Vorrei assistere alla sua ri-velazione, sempre; vorrei sempre emozionarmi nel vedere un saio, non lì dove tutto è ripetizione dell’identico e calcolo. Vorrei sentirne la forza non solo sui sagrati delle cattedrali, ma nelle piazze e nelle più povere frontiere. Vorrei stupirmi della fecondità di un velo, della sua forza irriducibile che urta la vita. Per poi immaginarlo, senza vederlo se non nel mio cuore, mentre abita le stanze segrete della fede, in quel distacco non dal mondo ma per il mondo. Come il Santissimo dietro l’oscuro e timoroso tabernacolo, che una volta schiuso riflette la sua luce nel cuore dell’uomo.




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