Trattativa Stato-Mafia, Napolitano: "Nulla da riferire"
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Trattativa Stato-Mafia, Napolitano: "Nulla da riferire"

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto di non avere "alcuna conoscenza utile" da riferire al processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia in corso a Palermo e che sono state fatte "arbitrarie insinuazioni" riguardo al suo scomparso consigliere giuridico Loris D'Ambrosio.

Lo dice il testo della lettera di due pagine inviata dal capo dello Stato lo scorso 31 ottobre al presidente della Corte di Assise di Palermo, Alfredo Montalto, e resa nota oggi. La testimonianza del presidente era stata richiesta dai pm che conducono l'accusa, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

In particolare, i magistrati avrebbero voluto sentire Napolitano in merito alle conversazioni che D'Ambrosio ebbe con il senatore Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza nel processo. Secondo i pm, il capo dello Stato sarebbe stato messo a parte di confidenze sulla vicenda da parte del consigliere, morto d'infarto mentre erano in corso le polemiche sul caso e sulle sue conversazioni con Mancino.

Nella sua missiva il presidente ha ricordato i contenuti della lettera di dimissioni che D'Ambrosio gli inviò nel 2012 (dimissioni respinte dal presidente) e che "era caratterizzata da profonda 'amarezza e sgomento', e direi anche indignazione per interpretazioni (dello scambio di telefonate con il senatore Mancino) e più in generale, arbitrarie insinuazioni che colpivano la costante linearità della condotta tenuta dal dottore D'Ambrosio, in modo particolare rispetto all'impegno dello Stato nella lotta contro la mafia".

Secondo l'accusa, Mancino avrebbe sollecitato attraverso D'Ambrosio l'intervento del Quirinale sull'inchiesta della magistratura che lo riguardava.

Napolitano ha ricordato "il travaglio umano e morale del consigliere D'Ambrosio, provocato dalla diffusione, sulla stampa, di testi registrati (non si sa quanto correttamente e integralmente riprodotti) di conversazioni con il senatore Mancino, intercettate dalla Procura di Palermo, e da cui venivano ricavati elementi di grave sospetto su comportamenti tenuti dal mio collaboratore".

Nello specifico dell'inchiesta, Napolitano dice di non avere "da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire e tenderei a fare anche indipendentemente dalle riserve espresse dai miei predecessori (Francesco) Cossiga e (Oscar Luigi) Scalfaro sulla costituzionalità della norma di cui all'art. 205 del c.p.p", ossia sui dubbi dei due ex capi dello Stato sulla legittimità delle testimonianze richieste ai presidenti.

"L'essenziale è comunque il non aver io in alcun modo ricevuto dal dottor D'Ambrosio qualsiasi ragguaglio o specificazione circa le 'ipotesi' - 'solo ipotesi' - da lui 'enucleate' e il 'vivo timore'", di cui il consigliere aveva fatto cenno nella lettera, ha aggiunto Napolitano, escludendo di aver ricevuto confidenze nel suo colloquio a voce con D'Ambrosio nel giugno del 2012 o prima di allora.

Il processo riguarda la presunta trattativa tra vertici delle istituzioni e Cosa nostra nel corso degli anni 90, dopo gli attentati contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Gli imputati sono una decina, tra alti gradi militari e boss mafiosi, imputati - a parte Mancino - per attentato a corpo dello Stato.

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