Ubi Ecclesia ibi ICI

Tempo di crisi… si va a caccia del capro espiatorio.
René Girard in un volume che ha fatto storia spiega la dinamica di questo meccanismo irrazionale, con cui, per l’appunto, in tempo di crisi si tende ad addossare le colpe del malessere generale nei confronti di un soggetto o di una categoria di soggetti, che presentino in modo più o meno velato una differenza rispetto al resto del gruppo.

In una parte ben connotata dell’opinione pubblica, a seguito di questa manovra di cui abbiamo già sparlato, serpeggia inferocita l’indignazione per la mancata applicazione dell’ICI sui beni della Chiesa. Basta dare un’occhiata ai commenti in calce agli articoli dei maggiori quotidiani nelle versioni online, o fare un giro nei mercati per rendersi conto di questa presa di posizione, vale a dire aboliamo i privilegi della Chiesa, è giusto che paghi come tutti gli altri etc.etc.

Il presupposto da cui muove questa battaglia, consentitemi, è parziale, arbitrario ed ideologico, anche se poi chiaramente, in tempo di difficoltà economiche generali cavalca il malcontento e la legittima delusione popolare. Così partendo dal laicismo nostrano anticattolico trova eco in buona parte della popolazione.

Proporrei di prendere in considerazione qualche dato oggettivo nell’arduo tentativo di stracciare l’accecante velo ideologico/uterino di avversione alla Chiesa che impedisce di prendere atto di alcune realtà incontrovertibili.

- L’Italia è a livello mondiale lo stato con maggior concentrazione di patrimonio artistico.
- Circa il 75% del patrimonio artistico italiano appartiene alla Chiesa.
- Questo patrimonio artistico smuove l’attività turistica che sebbene mal utilizzata (e non per responsabilità della Chiesa) nel nostro paese incide nella misura complessiva pari a circa il 15% del PIL, dando occupazione ad oltre 2 milioni di cittadini.

Esemplificando, provate ad immaginare Roma senza la basilica di S.Pietro i musei Vaticani la Cappella Sistina, o Milano senza il Duomo, Firenze senza S. Maria Novella.
Da questo immenso patrimonio artistico, sebbene ciò desti spiacevoli sensazioni all’elite radical- chic, abbiamo tratto e traiamo costantemente ricchezza, benessere ed in esso ci identifichiamo.

Torniamo all’esenzione ICI sui beni della Chiesa.
È possibile che uno stato accorto e scevro da pregiudizi giacobini tenga conto di ciò sostenendo la Chiesa che contribuisce alla propria ricchezza al proprio benessere ed alla propria identità storico culturale?
La storiella che la Chiesa non paghi goda, di privilegi e ci impoverisca tutti non regge, è falsa, la Chiesa con il suo patrimonio contribuisce alla nostra ricchezza, economica e non solo.

Che uno Stato decida di agevolare l’Istituzione ecclesiale la quale provvede alla formazione di buona parte della popolazione con valori indiscutibilmente positivi anche per uno stato laico, quali l’amore verso il prossimo, il perdono l’assistenza alle famiglie, ai poveri; questo è scandaloso?

Che con il denaro non versato attraverso l’ICI vengano aiutati oratori che ospitano, educano e seguono i nostri figli, parrocchie dove si ricostruiscono matrimoni e si aiutano a far nascere figli che non sarebbero venuti alla luce, sostenuti sacerdoti disposti ad annunciare il Vangelo in periferie urbane dove non transitano nemmeno le pattuglie delle Forze dell’Ordine; tutto ciò è una vergognosa anomalia italiana?

D’altra parte si pone come alternativa una vecchia ricetta già sperimentata nello scorso secolo: cancellazione della storia, esproprio e morale di stato.

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