Una fiducia auspicabile
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Una fiducia auspicabile

Tra due giorni si voterà per la quinta volta la fiducia al governo Letta. Un voto che, nei fatti, investirà l'intera azione governativa e non si concentrerà più su singoli provvedimenti concreti. Dopo i voti di aprile, ottobre e quelli decisivi su Alfano e la Cancellieri, Letta dovrà misurarsi con un panorama politico radicalmente diverso che, negli ultimi sette mesi, è stato segnato non solo dalla nascita di nuovi partiti ma anche dall'emergere di figure di spicco destinate a imporre pesanti condizioni alle larghe intese e a rompere gli equilibri di una maggioranza ridotta allo stremo.

La parola d'ordine è discontinuità. Così Napolitano ha esordito all'indomani dell'incontro con i nuovi vertici di Forza Italia. Nel lungo discorso di qualche giorno fa, il Quirinale è tornato a parlare di immigrazione, dopo gli incresciosi fatti di Prato e Lampedusa, e di carceri, ribadendo i disastri e i ritardi del paese dopo anni di politiche scellerate sulla giustizia. La scissione nel Pdl, e la verifica sulla tenuta dell'esecutivo l'11 dicembre, dovrebbero consentire a Letta, e ai suoi ministri, di incidere con maggior efficacia sulla scena politica nazionale (compresa quella comunitaria) e di rafforzare - varando tutti quei provvedimenti che prima trovavano un blocco nelle critiche degli esponenti più estremi del partito di Berlusconi - i piani dell'esecutivo. I numeri ci sono, le idee meno.

Tante le cose da fare: riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali, ritocco delle pensioni e delle imposte, disegni di legge sulla giustizia e sull'immigrazione, abolizione delle province e del Senato. E, non per ultimo, una nuova legge elettorale. Da quando la Consulta si è espressa sull'illegittimità del premio di maggioranza e sul blocco delle preferenze, all'opposizione qualcuno pensa già di firmare accordi sottobanco per chiedere l'impeachment del Presidente della Repubblica e, per gli amanti dell'iperbole, si profila persino una richiesta di destituzione dell'intero Parlamento. A niente è servito il comunicato della Corte Costituzionale con cui si esplicita, in maniera inequivocabile, che gli effetti della sentenza si produrranno solo nel futuro senza, tra l'altro, investire la pregressa volontà popolare; eppure, nonostante l'evidenza, c'è chi invoca con ancora più forza il ritornello grillino del "tutti a casa".

I "fuochi di sbarramento", per l'esecutivo, evidentemente non si avranno solo dalla formazione della nuova opposizione capeggiata da FI e M5s, piuttosto si fanno ancora più insistenti le minacce dagli stessi partiti della maggioranza. Con l'elezione a segretario di Matteo Renzi - quasi il 70% dei consensi - il Pd cambia volto e si prepara a invertire la rotta. Il sindaco di Firenze chiederà spazio e visibilità per i suoi parlamentari di fiducia e farà pressioni su un Letta oramai sempre più isolato nel proprio partito. Tanti nel Pd, dopo la vicenda Cancellieri, vorrebbero un rimpasto e c'è anche chi in gran segreto spinge per l' elezioni anticipate così da poter cavalcare l'onda positiva - in termini di partecipazione e consenso - delle primarie. Su questa scia anche i nuovi popolari di Monti e Casini sembrano elemosinare poltrone in vista dell'undici dicembre, in modo da poter dire la propria su una legge elettorale che rischia di trascinarli nel vuoto di un plausibile sistema maggioritario.

Il capitolo delle riforme istituzionali si fa sempre più arduo: la revisione di alcune parti della Costituzione e le ampie maggioranze di inizio legislatura sembrano mete irraggiungibili. Lo scopo e lo spirito che hanno accompagnato, nel caos più totale, la nascita di questo esecutivo non sussistono più ma tra l'ennesima prova di instabilità e la possibilità di ricavare qualcosa di positivo da qui al 2015, non abbiamo dubbi: la seconda opzione è quella auspicabile.

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