Allo Stabile di Catania “Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente”

Un susseguirsi di allegorie proposte sotto forma di dialoghi, musiche e canti, che si muovono all’interno di una storia ben definita e di un contesto scenico in simbiosi ideale con quello recitativo. Potrebbe essere questa una sintesi estrema dell’opera del drammaturgo rumeno Matei Visniec, scritta in francese e messa in scena dal regista Gianpiero Borgia previa traduzione italiana di Sergio Claudio Perroni.

Il testo, estremamente raffinato e al contempo capace a tratti di impennate poderose, riflette in modo adeguato lo spirito dell’opera, così come è stata concepita in origine da Visniec e volutamente resa da questa riproposizione. La storia dell’autore, censurato dalla dittatura di Ceausescu, e celebre solo dopo l’asilo politico ottenuto in Francia, è funzionale all’interpretazione della rappresentazione.

E’ lontana la prospettiva storica, la volontà di scandire le tappe che hanno sancito ascesa e caduta di una nazione. E’ distante anche l’intuizione del teatro come strumento emanatore di giudizi, che sentenzia e lancia anatemi. E’ altresì vero che la mortificazione del popolo sovietico si traduce, idealmente, in quella subita da qualunque popolo abbia subìto l’imposizione di un regime.

L’Ospedale dei pazzi di Mosca è quel microcosmo dove si specchia qualsivoglia generazione abbia amato un’ ideologia, fino a perdere il senno. Lì dentro tutto è alterato, snaturato, morboso. Visniec parla attraverso le parole di Yuri Petrovski, il letterato con il compito di spiegare la storia del comunismo ai malati di mente. E allora quale miglior termine da utilizzare se non “utopia”: quella meta di cui di scopre l’inesistenza solo dopo aver prospettato, sperato, sognato, idolatrato.
Ed averlo fatto con tanta forza da sradicare tradizioni secolari inattaccabili all’apparenza.

E’ su quest’humus che attecchisce lo spettacolo di Borgia, estraendo dall’erede di Ionesco quello spirito grottesco e paradossale che pervade la scena, a partire da una riuscita resa scenografica e di luci.

A quel punto la follia appare come l’unica disdicevole madre capace di spalancare le proprie braccia, lasciando però lo spiraglio della dignità. Quella non è stata inabissata, e le gabbie da condizione animalesca spesso vengono semi-scardinate da impeti di cosciente dignitoso ego. Il canto, la musica, le danze sono attorniate da un fluido ludico e dinamico, oltre che da una capacità recitativa di gruppo davvero di qualità.

E’ questa condizione umana che Petrovski, ben reso da Angelo Tosto sulla scena, tenta di donare ai pazzi con cui dialoga. In quella condizione, paradossalmente, si riflette meglio e si smaschera l’utopia come tale, anche se l’apparizione finale del fantasma di Stalin lascia (come giusto che sia) ampio margine soggettivo d’interpretazione.

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