Coco e Misasi (SiciliaToday)

Allo Stabile di Catania la 'Cavalleria rusticana’ Made in Librino

Era un rischio inaugurare una nuova stagione di teatro con qualcosa di dissimile dalla tradizione. E le consistenti limature che hanno ribaltato e ricomposto il colosso del verismo verghiano non sono state certo d’immediata comprensione. La “Cavalleria Rusticana” firmata da Gianpiero Borgia è il classico prodotto teatrale che non si comprende in pieno mentre ci si divincola dalle poltroncine lasciandosi la sala alle spalle. Necessita metabolismo. La riflessione del giorno dopo. Stimolante. L’esito di uno scavo tra i ruderi del bombardamento mediatico odierno da un lato, e la divina attualità di un’opera che assaggiò il palcoscenico per la prima volta il 14 gennaio 1884 al Teatro Carignano di Torino.

Passa il messaggio voluto dal regista, e lo fa forse anche in maniera più ampia di quanto lui stesso non avesse concepito in partenza. Non è affatto scontato che sia arrivato a tutti. Ma è accattivante la mescolanza che si è intesa mostrare, e la logica con la quale si spalma nell’ora scarsa di messinscena.

Tre elementi: il crimine, la realtà e la finzione. Un delitto è reale, ma passa da un filtro chiamato media diventando il “quid cronachistico” di richiamo per eccellenza. Da lì ne esce spogliato delle vestigia della realtà , affiancandosi al filone della fiction. Il contesto Librino non è altro che la villetta o il garage dove si consuma la tragedia. Durante e dopo questa, le persone diventano personaggi. Giocano un ruolo. Stanno “ruolando”, termine in voga tra gli appassionati dei mille passatempi on line di oggi. Nasce così un limbo: quello del processo mediatico.

Borgia ricuce un “Verismo anno 2010”. Impianta un fatto che sa di vero tra una chiesa, una caserma dei carabinieri, una piazza ed una chiesa in odor di processione pasquale. Quello che fece Verga centotrenta anni fa. Qualcuno esce perplesso, perché si attendeva abiti d’epoca e la lirica di Mascagni, e si è ritrovato con “Losing my religion” ed attori in rosso scarlatto.

Il brano più celebre dei R.E.M. ha come titolo un’espressione tipica della zona sud degli Stati Uniti che significa “aver perso la ragione” (e non banalmente la “mia religione”). E’ proprio ciò a cui conduce la mistione tra reale e reality, che confonde e disperde uno spettatore già di per sè passivo e pian piano narcotizzato, perchè tra le due dimensioni non trova una parete divisoria. Personaggi dentro un plastico, vestiti di una passione (il rosso degli abiti) che a braccetto con impulsi ed istinti sono i fuochi dominanti dell’animale (ma in senso negativo) sociale chiamato uomo d’oggi.

Brillante il Turiddu di David Coco. Altrettanto il compare Alfio di Giovanni Guardiano, conosciuto ai più come Jacomuzzi del Commissario Montalbano. Da applausi la giovane Caterina Misasi nei panni di Santuzza. Vittima, autoritaria, schiava, ingenua, vendicatrice. Il tutto a strappi, che portano un vigore fresco e tanta dinamicità all’intera rappresentazione.


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