Con “La lezione” di Ionesco rivive il teatro dell’assurdo
Una sfida allo spettatore, alla sua voglia di interrogare sé stesso e scrutare tra le pieghe di un testo contorto nella sua semplicità. “La lezione” è di fatto un’opera scevra da qualunque trama, dove non vi è azione ma una continua e-mozione. Nel senso che la dinamicità sulla scena viene resa dalle parabole evolutive (o meglio involutive) che umanamente caratterizzano i pochi personaggi protagonisti. Null’altro, perché da un punto di vista fisico tutto è circoscritto ad un unico ambiente, la cui essenzialità è valorizzata da un utilizzo esaustivo delle luci.
Ecco perché sulle spalle del testo grava quasi tutta la responsabilità dell’attenzione dello spettatore. E diverse ridondanze, adeguate a esaltare la “trasformazione” animalesca del protagonista, possono avere il difetto di fiaccare la concentrazione di chi segue.
IL PROFESSORE TRA COMICO E GROTTESCO
A buon diritto l’attore Pippo Pattavina testimoniava in sede di presentazione le proprie ansie, nei confronti di un personaggio ( il professore) divergente dai suoi canoni interpretativi. Timido ed impacciato, quasi timoroso all’inizio, regredisce mostruosamente in preda ad allucinanti sproloqui d’indottrinata quanto dubbia origine. Così l’attore catanese costruisce una linea interpretativa che va dal comico al grottesco, passando per la parodia. Una resa recitativa a mio parere ottima, parallela all’apprezzabile Valeria Contadino nei panni della studentessa.
CONNOTAZIONE EROTICA
L’impronta da “Lolita” ritaglia un personaggio ben riuscito nei costumi e nella prossemica. Da dominatrice a succube della scena, sotto la sua interpretazione scorre quella piega erotica più o meno manifesta e che è presente nella deontologia stessa dell’istruzione.
Un sentimento strisciante, pizzicato a dovere dalla diversità dei due personaggi in fatto di età, cultura e posizione sociale. Il tutto si rovescia con forza riprovevole nel delirio finale, principio per spunti che non possono affatto esulare dal richiamo storico.
CONDANNA DEI TEMPI
La Parigi piegata al regime hitleriano emerge a mio avviso con prepotenza. La tragedia conclusiva, l’apparizione della fascia nazista al braccio del professore diventano rispettivamente normalità e sollievo. Un’atrocità ampiamente giustificabile, testimonianza di una realtà portata al paradosso più totale: appunto l’assurdo.
Così come mi piace sottolineare l’assurdità nella quale viene inquadrato l’orrido clima europeo del periodo bellico. A un primissimo smarrimento post-omicidio provvedono le parole di Ilenana Rigano nei panni della cameriera. Personaggio garbatamente cinico, che col passare della rappresentazione acquista potere fino a potersi identificare come “deus ex machina” del misfatto.
Mentre il professore farnetica da assassino, lei freddamente aggiorna il conto delle vittime e su un semifuturistico appaiono parte dei corpi senza vita, con tanto di numero. Non è forse questo un richiamo al meccanismo di morte ideato e perpetrato dal nazismo con la Shoah, apice dell’assurdità nella storia dell’uomo?
