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Habemus Papam, pusillanime operazione di ignavia cinematografica

La pellicola morettiana è un’invettiva ‘cortesemente’ provocatoria nei confronti della Chiesa Cattolica. Se la si valutasse solo come ‘favola onirica’, così come la definisce la Cei, si potrebbe dire che del sogno, il film, ha la leggerezza, almeno sul binario comico, sia pur con risvolti strumentali.

Le distrazioni comiche infatti, impresse attraverso uno sguardo tenero, intaccano la veste purpurea del potere cardinalizio. I mantelli rossi vanno in scena ballando sul brano di Mercedes Sosa, ‘Todo cambia' e abusando di psicofarmaci. I cardinali, che appaiono impermeabili al mondo e senza una coscienza cristiana, vengono rappresentati come narcisisti attenti alle quote dei bookmaker, intenti a giocarsi il campionato del mondo di pallavolo tra tuffi e schiacciate alla coreana.

Ma Dio dov’è? Latita.

Debole e superficiale è la crisi interiore del sommo pontefice, licenziata con approssimazione come ‘sinusite psichica’, alias 'deficit di accudimento'.

La trama del dramma non brilla certo per la sceneggiatura, cristallizzata e semiaccademica dialettica tra fede e psicanalisi, tra anima e inconscio. Fede e psicanalisi ne escono sconfitte, e nemmeno degnamente esaminate. Il regista romano non affronta che parzialmente il travaglio umano del cardinale Melville. Lo mette lì come un dato di fatto.

Nell'epilogo si auspica un non ben precisato cambiamento della Chiesa. Ma quale cambiamento?

La direzione da prendere non è profetizzata. Non basta Freud, non basta Dio, ma basta un proposito di mutamento, un balcone vuoto per gridare al miracolo e stupefare i critici che non si accorgono della pusillanime operazione di ignavia cinematografica.

Il ‘gran rifiuto’ di papa Michel Piccoli è solo una chiosa da ambienti anticlericali illuminati dall’arte del sofismare. La grande umanità di Piccoli, a tratti sterile esasperazione, da sola non basta a esaltare una pellicola vile che racconta la storia di un uomo in preda a una generica crisi di identità con ambizioni da attore.

Lo sguardo laico del regista manca di profondità, di introspezione, di spiritualità, dietro lo scudo dell’intellettuale agnostico cosa si cela? Forse un benpensante che mal sopporta l’influenza della Chiesa sullo Stato laico?

Quello che non dice il film è molto di più ci ciò che viene detto, una pellicola parziale e monca in cui manca il coraggio e la forza del proprio pensiero e delle proprie convinzioni. Dietro l’irriverente sguardo, Moretti, che fa opera di depistaggio sul vero tema trattato, s’incapriccia di Cechov. Velleitario.

Alla vigilia di Pasqua, ci sembra che sia stata una bella operazione di marketing e di ruffianeria. Mal riuscita però, a pochi giorni dalla beatificazione del papa polacco. Una ghiotta occasione per un cine-uovo, in cui al Moretti-Allen della psicanalisi di casa nostra viene un colpo di genio: "E se il papa non volesse più fare il papa?"

Il posto vacante lo potrebbe occupare Moretti e tutti gli pseudo liberali difensori di una pellicola che snobba l’umanità che pretende di raccontare, snobba la cristianità, per sua essenza inscindibile dalla fede. Orbene, si potrebbe raccontare la storia di un regista che non vuol fare più il regista per un senso di inadeguatezza, tappetino perfetto per nascondere le ceneri dell’esiliata onestà intellettuale.

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