“Il berretto a sonagli” e il Ciampa dimesso di Pino Caruso

Angelo Musco, Eduardo De Filippo, Turi Ferro e Paolo Stoppa. Sono i più celebri teatranti italiani che in quasi un secolo hanno vestito i panni di Ciampa, personaggio attorno al quale Pirandello ha disegnato il suo “Berretto a sonagli” del 1916. La caratterizzazione che ne fa l’attore palermitano Pino Caruso segue tratteggi diversi rispetto al consueto, e proprio per questo motivo è in grado di produrre giudizi contrastanti.
C’è in lui il topos della malinconia, del personaggio sconfitto in partenza, dal tono dimesso e vittima prim’ancora di conoscere la ragnatela del tradimento in cui è caduto. Mancano, come scriveva lo stesso Pirandello nel testo originale “occhi pazzeschi, che gli lampeggiano duri, acuti, mobilissimi dietro i grossi occhiali a staffa”, figli del sospetto già maturato di un nascondimento.

CIAMPA COERENTE NEL SUO VITTIMISMO
E’ passivo, con l’aria di chi soccombe alla vita come ad ogni suo singolo evento. Sarebbe allora più facile che emergesse il paradosso tanto a caro a Pirandello, ma nemmeno il Ciampa coscienzioso dell’adulterio accende la scena, coerente nel suo essere vittima piuttosto che carnefice finale. Fin troppo pacato per far emergere quantomeno l’amarezza di cui si intendeva colorare. Prova inconfutabile ne è l’epilogo, dove si perde da parte dello scrivano “l'orribile risata, di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo” che il drammaturgo aveva voluto per rimarcare l’ineffabilità dell’esistenza umana.
L’annullamento degli spunti comici voluti a suo tempo da Musco (che aveva modificato il Ciampa originale pirandelliano per costruirsi un personaggio calzante alla perfezione col suo modo di recitare) contribuisce a creare quelli che sembrano dei limiti interpretativi, paradossalmente utili però a fare emergere parte dell’humus letterario dal quale fiorì questo capolavoro pirandelliano. I”pupi”, i caratteri stereotipati della società che vivono dell’apparire più che dell’essere, vengono resi in modo efficace, dediti come sono a solleticare solo e soltanto la “corda civile” delle tre di cui Ciampa spiega essere dotati tutti gli esseri umani.

UN PERSONAGGIO RIVALUTATO
La scelta di Enrico Guarneri colloca più al centro, rispetto alla tradizione, la figura del delegato Spanò. Vigliaccheria e confusione sono una mescolanza vincente, che unita alla prossemica dell’attore producono non a caso il gradimento più alto da parte del pubblico. Di certo uno dei “pupi” riusciti meglio.
VERA PROTAGONISTA
A livello interpretativo è degna di nota la prova di Magda Mercatali nei panni di Beatrice Fiorìca, moglie tradita dal Cavaliere. Si muove in un contesto scenico azzeccato, qual è il salotto di casa sua “riccamente addobbata all’uso provinciale”. Conclude brillantemente da protagonista e vittima della tela sociale e psicologica che aveva involontariamente teso a Ciampa.
Disse Gramsci di questa commedia: “Poca intensità: la dimostrazione soverchia l'azione, la diluisce, la svanisce. Il sofisma, il paradosso non acquista pregio nel dialogo”. Sarà anche vero, ma probabilmente una rilettura come quella proposta dal regista Dipasquale restituisce non tanto a Ciampa ma all’intero lavoro una sua dimensione d’origine. Quella della riflessione psicologica e sociale prima ancora dell’azione e del colore da palcoscenico.

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