“L’Amleto” di Carriglio, tra cinismo e forti passioni

Le oscillazioni della natura umana sono lì, riversate sul palcoscenico. Burrasche che trascinano l’animo dal dolore alla vendetta, dall’amore all’odio sino al cinismo, dal dubbio esistenziale al soccombere dinanzi la morte risolutrice di tutto e tutti.

L’allestimento curato dal regista Pietro Carriglio elabora senza stravolgimento alcuno il dramma teatrale per eccellenza. E dello spettatore ne spalanca l’immaginario, offrendo tante chiavi di lettura quante il sommo poeta Shakespeare ne offrì quattro secoli fa. Nessuna regola né verità assolutistiche, ma dal dramma personale una spirale tendente all’universalità dell’esistenza umana ed un’incalcolabile ventaglio di interpretazioni.

L’incesto, le gerarchie sociali, la credenza in un mondo soprannaturale, l’insolubile lotta tra l’essere e l’apparire. Quanti motivi dentro l’Amleto. Una varietà e complessità sterminate, ma nonostante ciò e malgrado la durata dello spettacolo, questa produzione riesce a farsi seguire riducendo al minimo i cali di tensione. Un successo meritato e forse non pienamente ricompensato dal pubblico.

LA FORZA DEL TESTO
L’arma principale che Carriglio mi pare abbia colto e valorizzato è l’incalcolabile potenza del testo. La poesia shakespeariana sprigiona la sua forza non solo nei celeberrimi monologhi, ma spesso in dialoghi all’apparenza ordinari come quelli tra Amleto e le guardie, o tra la madre Gertrude e lo stesso principe di Danimarca. I versi sono innalzati da una mistione equilibrata tra il dialogo e l’azione, laddove il primo prende il giusto sopravvento (quasi mai eccessivo) sul secondo.
LAZZARESCHI-AMLETO
L’attore Luca Lazzareschi se lo cuce addosso, ne lima in maniera efficace prossemica e verbo. Non si tuffa mai tra le braccia della follia, la aggira con lucidità e cinismo. Muovendo una presenza simile sulla scena Amleto regge più che bene l’urto dei dubbi che eppure gli comprimono animo e cervello. Soffre da solo, mai in compagnia. E la solitudine lo spaventa, pare fuggirla.

COMPLESSO EDIPICO?
Il principale cedimento lo coglie alla resa dei conti con la madre. Qui rivendica spazio la chiave data da Freud e più avanti dallo psicanalista Jones, laddove Amleto sembra palesare un marcato complesso edipico nei confronti di chi lo ha messo al mondo e che ora si concede a Claudio fratello del vecchio re defunto e dunque zio di Amleto. Mai dichiarato ma più che strisciante nelle pieghe di alcuni movimenti degli attori nel momento del faccia a faccia.

SCENA E LUCI
Una pedana al centro del palco costituisce l’arricchimento scenico principale. Oscillante com’è mi rimanda alla metafora del dubbio, dell’eterno ondeggiare dell’uomo tra le passioni forti e laceranti della propria esistenza. Sembra una giostra dove tutti salgono e scendono, nessuno può esimersi dal partecipare. Solo il fantasma del vecchio re, incorporeo, ne resta alla larga. Come dire che l’aldilà è un’altra cosa: lì i giochi sono ormai fatti. Le luci curate da Gigi Saccomandi giocano benissimo con quanto lo spettatore vede e per lunghi tratti lo valorizza in pieno, soprattutto nella prima parte dello spettacolo.

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