“L’aria del continente”, teatro dialettale nel rispetto della tradizione

Quale può essere la miglior qualità di un’opera teatrale se non quella di una riproposizione esentata da una forzata rilettura moderna? Il teatro di Martoglio lega le sue incommensurabili fortune proprio al contesto di Sicilia primo novecentesca in cui viene concepito.

Snaturarlo per adattamenti legati alla quotidianità equivarrebbe a prosciugare molto della sua vis comica, gestuale e narrativa. Si rinuncerebbe a quel fascino da palcoscenico che invece Pippo Pattavina, in qualità di regista e protagonista, ha riproposto nelle sue linee originarie.

“L’aria del continente” è un testo del 1910. Tra le sue righe è custodita una Sicilia reazionaria ed iper tradizionalista, dove l’arcaismo sociale è in egual modo traboccante di situazioni grottesche e comiche.

L’allestimento, che rientra nel palinsesto stagionale del Teatro Stabile di Catania, è concepito in modo tale che il palcoscenico si tramuti in microcosmo regionale. Il dialetto semplice e scorrevole, i costumi, i focolai domestici ricreati e la prossemica lodevole dell’intera compagnia trasudano quella sensazione di vissuto, indispensabile per valorizzare al massimo il realismo martogliano. Questi tre atti ne sono un elogio.
Dal ritorno di Don Cola Dusciu dal continente fino alla scoperta del tradimento-imbroglio suggellato dal famosissimo “carrapipana è!”, si rincorrono gli ingredienti del bigottismo, della gelosia e della finta evoluzione sociale. La ricetta per la buona riuscita della messa in scena è dunque semplice, costituita da quegli stessi elementi che hanno recato a Martoglio ed il suo teatro una fortuna senza tempo.

I panni di Don Cola calzano a pennello su Pattavina, le cui storpiature italo-dialettali fanno da esilarante manifesto al carico da presunto borghese civilizzato acquisito nel periodo romano.

Azzerate le fasi di stanca, l’interpretazione collettiva gode di brillantezza per l’intera messinscena. E’ pur vero che la celebrità della commedia e la conoscenza dei tanti appassionati in platea, probabilmente sottraggono parte di quell’ilarità spontanea che nasce quando invece si ignora il testo. A tratti dunque la rappresentazione pare soffrire di colpe non sue.
Ma il risultato resta comunque godibilissimo, anche perché se si tentassero innovazioni, testuali o d’altro genere, si cadrebbe in una forzatura. Esistono autori che ben si prestano a riletture moderne, ma Martoglio non è tra questi. Non sarebbe più lui, non si riconoscerebbe più il suo teatro popolare e genuino

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