"L'avventura di Ernesto" in scena al Verga

Teatro, l'impari lotta di Ernesto

La si può sfidare, esorcizzare, scherzare. Ma al capolinea della vita terrena non rimane altro che la resa. Deporre le armi contro la morte è un atto che l’uomo non ha, e non può avere, il beneficio di scegliere se compiere o meno.

Una delle essenze “ercolepattiane” viene prodotta con garbo ed eleganza nello spettacolo firmato dal regista Giovanni Anfuso. Il pubblico può coglierne le esalazioni (poco altro al mondo come il recepire teatrale è però talmente soggettivo), in un connubio ben orchestrato di colori ed arredi scenografici che lambiscono ora l’austero ora la pop.

L’onirico si infrange su di una realtà opposta. Quel che mai dovrebbe entrare in contatto invece lo fa, con un urto violento seppur temprato da granelli di sarcasmo. Il resuscitato Ernesto percepisce momento dopo momento come il fiume inarrestabile del tempo abbia travolto quello che è inevitabilmente ieri, e come tale ha cessato d’essere.

I suoi maestri letterati sono morti con lui. Metafora questa che rimanda all’obbligo morale di conservare le memorie artistiche. A non disperdere patrimoni comunque irripetibili, che siano si caratura alta o poco meno.

Un tempo onnivoro, che ingurgita materia ma anche quei sentimenti che invisibilmente mutano col volgere delle abitudini, in una quotidianità trasformata. Come già detto, naturale e sovrannaturale non possono coesistere senza che il secondo stravolga il primo.

Ora nella stanza di Ernesto dorme la figlia, la moglie divide buona parte del tempo con l’amante. Le scritture del trapassato servono come addobbi, se non fosse per il tentativo di un avvocato e di un critico di restituirgli quel minimo di dignità letteraria attraverso un’opera postuma.

I personaggi sono tutti interagenti, ma anche tutti perfettamente autentici ed unici. Non si mescolano, non creano disagio. Una conduzione della scena orchestrata con giudizio, ed una tempra adatta al clima della pièce.

Poco si riscontra invece della sicilianità dell’opera. Quella Trinacria così sanguigna e visceralmente legata per indole alla vita tanto quanto alla morte. Le dipartite in questa terra si esorcizzano come in nessun altra cultura dello stivale. Il morto che ritorna, fragranze esoteriche tra credenze popolane e paganesimo mescolato ad iconiche esagerazioni che sanno tanto di folklore.

Un campo poco battuto ma che sarebbe stato meritevole di semina. Per andare oltre quella nota che, seppur in chiave originale, richiama all’ossessiva riverenza verso il defunto "made in sud". Una carta da parati che riproduce le pagine scritte dal mediocre letterato ei fu Ernesto.

blog comments powered by Disqus
Inizio pagina
Home  >  Cinema&Teatro