“Le signorine di Wilko” tra luci e ombre
Se sottrai fluidità narrativa e parte della comprensione non fai di certo un piacere allo spettatore. Quella che pare una regola banale e non scritta è invece la primissima considerazione che mi è balenata in testa al termine dello spettacolo “Le signorine di Wilko” di Alvis Hermanis. Il peccato maggiore che umilmente ho inteso rintracciare è proprio l’aver sacrificato questi due valori (narrazione e comprensione) all’indiscutibile bellezza del testo.
Le incertezze si ergono non tanto sulla qualità recitativa del cast, che anzi agisce in maniera più che soddisfacente se si considerano gli obiettivi prefissati dallo stesso regista lettone. Da questo punto di vista la cosa meglio riuscita è il senso di immaturità, debolezza, incertezza perenne ed impotenza dinanzi lo scorrere del tempo da parte del protagonista Wiktor, interpretato dall’attore Sergio Romano.
DALLA POESIA ALLA SCENA
Il testo originale del romanzo è particolare perchè ad alta densità poetica. Anzi è poesia vera e propria. Se dunque si sceglie di effettuare pochissimi tagli e modifiche per poter trasferire la poesia sul palcoscenico, si corre un rischio notevole. Il tentativo di instaurare un filo tra romanzo e teatro attraverso la narrazione in terza persona da parte del protagonista non mi sembra sia stato un tentativo riuscito alla perfezione.
Nella rappresentazione dialoghi, monologhi ed azione non formano una miscellanea omogenea. Ciascuna fase risulta bruscamente troncata e la conseguenza peggiore è che si rischia spesso e volentieri di perdere la logicità di quanto accade sulla scena. Detta volgarmente, “si smarrisce il filo del discorso”, specie per chi come me non conosceva a priori il romanzo di Iwaszkiewicz.
METAFORE ECCESSIVE
E in questo quadro non aiuta lo sviluppo di scene personalmente dal dubbio significato: il valore metaforico attribuito ad alcuni oggetti sulla scena offre tante di quelle interpretazioni che alla fine finiscono per non averne nemmeno una.
LE DONNE
A volte mi pare che in questo senso si calchi troppo la mano, specie nel voler tradurre diverse azioni delle seppur brave sei donne in scena. Nella confusione di alcune soluzioni sceniche l’ interpretazione di esse si trova solo a singhiozzo. E poi tra Jola, Julcia, Kazia, Fela, Zosia e Tunia chi è realmente innamorata di Wiktor? Chi vuole possederlo solo fisicamente e chi invece è mossa da un reale sentimento d’amore? Dalle righe del romanzo probabilmente si capisce, a teatro no.
IL NATURALISMO SCENICO
Giudizio diametralmente opposto va invece formulato per alcune scelte concettuali in materia scenica. Mi è piaciuto molto il naturalismo con cui diverse “mise en scène” sono state create dagli stessi attori nel corso della recitazione. Quasi una variante del teatro che si racconta e si crea da sé, espresso attraverso una formula ludica. Gli attori sembrano spesso giocare con gli oggetti, unendoli e componendo d’istinto nuove forme, funzionali alla messinscena. E’ come se venissero costruiti piccoli ritratti dentro uno più grande. Un ricordo dentro un altro ricordo.
Poco importa se nel romanzo originale si ambientano i fatti dopo la prima Guerra mondiale, mentre Hermanis sposta l’asse temporale fino al secondo dopoguerra. I costumi, più indicati per quest’ultimo periodo, sono vivaci ed insieme alla scenografia conferiscono colori e habitat gradevoli.
