Pino Caruso in "Mi chiamo Antonino Calderone"

Pino Caruso "confessa"

Sette vite spezzate sono altrettanti flagelli nella mente di colui che è stato, per quasi un ventennio, uomo d’onore. La grande verità che porta in scena il monologo di Pino Caruso, ridotto teatralmente da Dacia Maraini, è la storia di un uomo per alcuni aspetti ricondotto alla categoria dell’anti-boss.

Il Calderone portato in scena dal bravo attore palermitano è un uomo che scrupoli ne ha, e tanti. Non racconta la sua storia, ma la tira fuori da quella molto più grande e complessa della mafia siciliana post seconda guerra mondiale.

L’ordine istituito a partire dalle campagne palermitane fino ad arrivare nella grande città. I massacri, le stragi, i colpi inferti prima ai nemici di territorio e poi allo Stato, grazie sempre e comunque ad una sua parte collusa. Da Palermo a Catania, vergine dal sangue fino ad un certo periodo storico, e per questo non passibile dell’accusa di “mafiosità”.

Quella vissuta da Calderone è una città che ha portato in grembo i propri mali, li ha nascosti fino a negare l’evidenza ed a voler far credere il contrario della realtà. La città del “non è successo nulla”. La città costruita per buona parte da quattro imprenditori mafiosi amici di Santapaola, e dunque operanti nella massima sicurezza. Garantiti dalla triste omertà del quotidiano monopolista dell’informazione a Catania. Ma questo è un capitolo delle confessioni colpevolmente non introdotto dalla Maraini nella sua apprezzabile riduzione per il teatro.

Caruso interpreta in maniera naturale l’uomo d’onore all’antica che fù un tempo, che vive e regola le vite degli altri in base a leggi pre determinate. Nessuna violenza, benché meno gratuita. Solo patti saldi, e la certezza che nessuno li avrebbe trasgrediti. Viene soppiantato dall’orda animalesca dei pecorai di Corleone, “chiddi chi peri incritati”, capaci di creare nuove leggi alle quali era impossibile trasgredire senza sfuggire alla morte.

La mafia di Calderone era quella che garantiva alla politica connivente il pacifico ordine delle cose e svolgimento della quotidianità. Il cannibalismo stragista dirompente dalla fine degli anni ‘70 non gli appartiene. La nuova regola era che non c’erano più regole. Ma nonostante la sua mal predisposizione, ne viene inghiottito. Causa il fratello Pippo, che lo costringe a partecipare al gioco al massacro in quanto parte integrante della cupola. Quella giostra piramidale che Calderone-Caruso con un vecchio mangianastri disegna con le parole, in ogni suo minimo ingranaggio.

Sulla scena Caruso rivela al suo confessore (Pino Arlacchi nella realtà, gli spettatori a teatro) uno per uno i sette omicidi di cui, pur non essendone stato l’esecutore materiale, se ne sente ad ogni modo responsabile. Fino all’ultimo che tolse la vita a tre bambini.
La mafia, quella per cui aveva giurato nel 1962, er per lui era la normalità. Ma dal giorno in cui aveva intriso del suo sangue l’immagine della Madonna, non aveva conosciuto rimorso più grande.

Ecco da Pino Caruso passare, fino al pubblico, la stanchezza ed il logorìo di un uomo che, da un certo momento in poi della propria vita sceglie di recidere col passato. Non solo per paura ma anche per disprezzo, ciò che lo rende personaggio spregevole ma disumanamente più umano. Fino a tal punto da immaginare che possa pure non andare all'inferno.


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