Quattro in uno, è Branciaroli nel suo “Don Chisciotte”

Tanti spunti di riflessione ed una domanda: l’attuale pubblico catanese è così maturo da poter recepire spettacoli come il “Don Chisciotte” di Branciaroli? Queste le eredità lasciate dalla messinscena dell’attore milanese.

La prima nota è rappresentata dalle considerazioni sull’opera del Cervantes. L’attore e regista lo definisce senza mezze misure il miglior romanzo della storia, compendio universale inimitabile sul genere umano, col suo miscuglio di follia, ragione, imitazione, illusione, amore, sogno e realtà.

Ma era Sancho Panza pronto a sellare Ronzinante che il pubblico si aspettava di vedere? Oppure un colloquio sotto varie forme sulla natura del teatro e del romanzo?

Forse il primo, di certo non il secondo. Tradito senza volerlo il patto iniziale con lo spettatore, a Branciaroli buona parte della platea stenta a riconoscere una recitazione che è invece di altissimo livello qualitativo, per lunghi tratti condotta con la formula del meta-teatro.

Imitare sul palco attori che a loro volta sono intenti ad imitare. Così Branciaroli senza mai sparire dal palcoscenico veste a turno le sembianze vocali di Gassmann e Carmelo Bene, creando di fatto una storia nella storia.

I due si confrontano, anche in maniera animata, sul Don Chisciotte, Shakespeare, Dante, l’Ariosto, sulla recitazione e sulle origini del teatro in generale.

Il genio artistico che si accende è paragonabile all’estasi di Bacco. I drink che accompagnano la conversazione, la follia geniale e spesso incomprensibile di Carmelo Bene. Pian piano tutto torna. Pian piano tutto ha una logica, su una scena fatta di una sedia, una lunga tavola colma di svariati liquori ed un fantomatico varco che separa i gironi dell’oltretomba.

E dal genio di Carmelo Bene che Branciaroli prende in prestito il dubbio sull’esistenza dell’uomo: se possiamo guardare e rappresentare ciò che non esiste, allora noi stessi possiamo non esistere.

Qual è dunque il fulcro della rappresentazione? Le avventure del Chisciotte o il ritrovare Bene e Gassmann a dialogare e calcare la scena anche nell’aldilà? Inevitabile che siano entrambi e ciò che ne deriva dalla loro fusione, il cardine di uno spettacolo che per meritare più alti riconoscimenti avrebbe dovuto destinarsi ad una platea di diversa sensibilità.

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