(Flickr)

L'autobiografia non autorizzata di Silvio Berlusconi canta 'Silvio forever'

Dal 25 marzo distribuito in cento sale italiane, Silvio Forever, autobiografia non autorizzata di Silvio Berlusconi, dalla penna dei corrieristi Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, per la regia a quattro mani di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, pone il sigillo sullo (stra)potere del Cavaliere.

Il docu - film per Lucky Red, è stato realizzato per la modica cifra di 700 mila euro, troppi se si considera che si tratta di un lavoro di montaggio. Un documento in cui, alle immagini di repertorio si alternano le dichiarazioni del premier, dalla viva voce di Berlusconi a quelle riprese dai giornali.

Il doppiaggio di Neri Marcorè si inserisce all’occorrenza, qua e là, fra le lacune documentali. La voce fuori campo dell’attore marchigiano che funge da tessuto connettivo per la ricostruzione agiografica del mito Berlusconi, sia pur non dissimile dall’originale, si riduce a un barocchismo comico che indugia, e induce all’irritazione.

Se non fosse per la censura Rai che rifiuta di trasmettere il trailer, ritenendo offensivo il passaggio con le dichiarazioni della madre di Berlusconi, per cavalcare l’onda dello sterile antiberlusconismo servirebbe un miracolo.

L’antiberlusconismo infatti resta deluso e astutamente eluso. L’effetto che il film – documento provoca nello spettatore, oltre al tedio e alla noia, per il già visto e sentito, è un sentimento di assimilazione al Signor B, perseguitato dalla giustizia, insediato nelle sue pratiche di maschio latino. Non manca tuttavia qualche innocua stoccatina ai berlusconiani, pregni di quel ‘liberalismo del buon senso’, che conferisce loro la potestà di rimettere i peccati propri e altrui, in nome di una comprensibile avversione agli accaniti sostenitori del formalistico ‘sistema - Italia', e poco importa se il ‘Partito del ‘94’ nasce da un bieco calcolo di marketing, prodottino in odor di mafia da 14 miliardi, è solo un déjà vù.

Quando la televisione diventa cinema, il collage un po’slavato alla Blob, frutto di un lavoro di ricerca, in archivi non troppo polverosi, di Rizzo e Stella, non è niente di più e niente di meno che un montaggio che segue la parabola cronologica dell’esistenza di un uomo straordinario (nell’accezione letterale del termine).

L’ironia che viene fuori dalla pellicola è solo quella del Cavaliere, nessuna esplicita lotta al potere alla Michael Moore, con il risultato di disilludere le attese di quegli intellettuali di sinistra, troppo tronfi, e unici depositari del sapere, fragili oppositori che impugnano il vessillo etico come unica, vuota arma di contrapposizione, puntualmente issato per l’ora del bunga bunga .

D’Addario, Noemi, Ruby&Co, le immancabili, con registrazioni al seguito, e foto hot, da distrazione di massa, si disperdono con il susseguirsi delle immagini nelle menti di mariti taciturni, in sala, accompagnati dal mugugno di gentili esseri in età avanzata con atteggiamento scandalizzato. Una trentina scarsa di spettatori per l’appuntamento delle venti e trenta all’Ariston, il cinema catanese è l’unico in tutta la provincia a proiettare il film, in Sicilia (dove le anteprime sono miraggi) si contano altre due sale, una palermitana, l’altra in provincia di Agrigento, a Sciacca, stando a una ricerca fatta su internet.

In buona sostanza se il peccato d’origine dell’ibrido documento, frammentario e incompleto, firmato dal quartetto composto da registi e autori, è l’ignavia, il risultato è quello dell’ennesima trovata, con volontà o meno, a favore dell’icona all’italiana del self – made –man, baluardo dell’anticomunismo.

Il Berlusconi tenuto sotto scacco dalla Lega e la fervente attività delle procure di inchiodare il Belzebù di Milano 3, Sorrisi e Canzoni, Mondadori e Mediaset, mostra invece come le dinamiche, i meccanismi e le lotte di potere in diciassetteanni siano rimaste fini a sé stesse, fette di torta incluse, distribuite a destra e a sinistra.

Politici, magistrati, intellettuali e comici, si muovono nel teatrino delle marionette ammantati di luce riflessa. Le natiche accomodate in poltrone ormai stanche, dei protagonisti della scena italiana da quasi vent’anni, lasciano il segno dell’affossato immobilismo di questo Paese, che si esemplifica nella mediocrità di Silvio Forever, una pellicola che troverà, forse, terreno fertile all’estero, ma che in Italia è un mezzo flop.

In sala, al buio, il pubblico pagante, quello ostracizzato da caste e oligarchie, nel pensier si finge, bramando nell’onirico di prendervi parte e, inevitabilmente, si lascia andare all’identificazione con il prode Silvio, emblema di virtù 'cavalleresche', e, impavido dei radical chic prêt-à-porter, canticchia con rossore silente:"Meno male che Silvio c'è..."

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