Teatro: “Girgenti amore mio…”, perché nessuno trascuri le sue radici

“Tutti noi siamo legati alla nostra città da un doppio filo di ricordi”. Così esordisce Gianfranco Jannuzzo, presentando in prima persona il suo spettacolo “Girgenti amore mio…” al pubblico in sala. Vivi nella nostra memoria, i ricordi felici e i ricordi tristi creati per le strade delle nostre città. Su questo doppio filo sembra muoversi agilmente il monologo lungo due atti dell’attore, in scena a partire da venerdì 18 Febbraio presso il Teatro Vitaliano Brancati di Catania, con la regia di Pino Quartullo.
Un doppio filo intessuto di parole dolci e amare, di racconti comici e ironici.
Di quell’ironia di cui Pirandello ha svelato i segreti, ma che appartiene da sempre alla terra siciliana e a chi ne respira quotidianamente l’aria.
Una lunga riflessione se vogliamo, una raccolta di ricordi e pensieri degli autori (lo stesso Jannuzzo e Angelo Callipo) che pur non avendo uno svolgimento lineare tiene attenti e coinvolti gli spettatori per ben due ore. Due ore che il protagonista gestisce da perfetto showman, con una parlantina fluente, emozionata e disinvolta al contempo.
Agrigento è raccontata nella sua bellezza, fatta di templi e paesaggi; è raccontata nella sua sicilianità, fatta anche di mentalità difficili da scardinare, di silenzi e disagi, di scene quotidiane piene di sottintesi; è raccontata, e non solo a parole, nella sua religiosità popolare, che “a san Gerlando porta rispetto mentre a san Calò dà il cuore”.
Attraverso l’espediente agrigentino, Jannuzzo parla non solo della Sicilia ma anche dell’Italia, dei suoi dialetti, degli uomini, delle donne e della loro preziosa essenza.
Si diverte a prendere in giro i meridionali con scenette, interpretate unicamente da lui, nelle quali tra malapropismi e pregiudizi rispolvera aneddoti che sembrano barzellette, ma che sappiamo bene quanto ci appartengono.
E in una riflessione conclusiva, intensamente dolce e amara, riprende un vecchio detto siculo che al giorno d’oggi ci brucia un po’ sulla pelle: Cu nesci arrinesci.
Incapaci o impossibilitati a fare della nostra meravigliosa terra (la Sicilia, come anche l’Italia) un luogo in cui poter riuscire, siamo tentati di abbandonarla, o costretti farlo: per cercare un’occupazione, altri stimoli, per farci una famiglia o per valorizzare le nostre menti.
Sebbene lontani e magari soddisfatti, sappiamo che nessuna città potrà mai essere davvero nostra, come quella che lo è stata per prima.
Lo spettacolo è stato un tributo alla città di Agrigento da un cittadino che nel normale percorso di vita se n’è dovuto separare. Ma anche un tributo a Girgenti, la città dal nome cambiato che sulla cartina non esiste più, ma che esiste nel cuore dell’autore, e da cui questi non potrà mai separarsi del tutto.
Sul finire del monologo emerge una consapevolezza: ogni uomo ha la sua Girgenti, ovunque essa si trovi. Ed essa sarà sempre tappa obbligatoria di ogni emozione che proveremo dentro o fuori le sue mura, e metro di paragone, conscio o inconscio, di ogni altro cielo sotto cui alzeremo la testa.

Scene: Salvo Manciagli.
Musiche: Francesco Buzzurro.
Costumi: Silvia Morucci.

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