Teatro, La Locandiera : orgoglio e ineluttabilità
Non è opera semplice tratteggiare in maniera differente ciò che, in origine, fu battezzato come già rivoluzionario e capace di scardinare le regole teatrali allora vigenti. Manifesto del nuovo teatro di Carlo Goldoni e portato sulla scena per la prima volta durante il Carnevale di Venezia del 1753, “La Locandiera”induce sovente registi ed attori ad una interpretazione il più possibile simile all’originale. E’ probabile invece che un’assicurazione sugli applausi della platea non valga (o valga meno) un esperimento certosino nella creazione di sfumature eterogenee rispetto alla tradizione, per di più se ciò risulta di gradevole riuscita.
Nel raccontare la vicenda della protagonista Mirandolina (sulla scena Galatea Ranzi), il regista Pietro Carriglio non stravolge strutture formali né rovescia del tutto (ma in parte si) le caratterizzazioni dei personaggi. Come in Goldoni la proprietaria della locanda serve, ammalia, gioca con sé stessa e sfida colui che la sorprende. Quel Cavaliere di Ripafratta (Luca Lazzareschi) che Goldoni aveva voluto “disseminare” di derive comiche oggi è invece incupito, ripiegato su stesso e sul suo essere misogino, la sua forza che diventerà la sua debolezza.
DALLA RISATA AL DESTINO
Quelli del Conte d’Albafiorita (Sergio Basile) e del Marchese di Forlipopoli (Nello Mascia) sono i due costrutti attorno ai quali si innescano le sporadiche curve satiriche. Goldoni li aveva pensati come simbolo di una nobiltà veneziana decaduta e licenziosa. Carriglio li usa per far da apripista all’amarezza di fondo che veste da capo a piedi la messinscena. L’ineluttabilità del tempo e del destino si possono anzitempo scorgere sull’impianto figurativo: luce fredda ed irreale su uno sfondo cromaticamente tendente all’infinito, come un dipinto settecentesco del Tiepolo.
COME GOLDONI VOLEVA
Lazzi e sorrisi ridotti rappresentano un rischio calcolato. Tutto torna nella superficialità delle commedianti Dejanira (Eva Drammis) ed Ortensia (Aurora Falcone), incarnazioni di una Commedia dell’Arte divenuta prevedibile. Quello che l’arte goldoniana voleva trasmettere due secoli e mezzo fa viene reso alla perfezione: questi due personaggi recitano, gli altri (che rappresentano il futuro del teatro) vivono.
FEMMINISMO A META’?
Tra questi ultimi, su tutti c’è Mirandolina. Goldoni ha esaltato la sua resistenza indolore a qualunque forma di corteggiamento maschile. Il pubblico del Settecento ride delle sue trovate, del suo maramaldeggiare sulla scena, al termine del quale torna sempre da donna vincitrice e libera.
L’invincibile locandiera goldoniana adesso si deve piegare all’ineluttabile. Tempo e destino giocano a suo sfavore, declassandola al matrimonio con il cameriere Fabrizio (Luciano Roman) e dunque piegata ad un originario volere patriarcale. Probabilmente non ne esce sconfitta, ma di certo non trionfa. Lei come nessun altro.
Non sono personaggi claudicanti o feriti a morte nella loro fierezza o convinzione. Sono semplicemente, come lo stesso Carriglio ha affermato, “ingranaggi che compiono virtuosismi, ma che non sono in grado di fermare il tempo che passa inesorabilmente”. Ecco il destino, ecco l’ineluttabilità che amareggia profondamente.
