Teatro, a Catania “La Trilogia della villeggiatura”
CATANIA- A partire dal 19 gennaio, presso il teatro Ambasciatori si è tenuta la rappresentazione della “Trilogia della villeggiatura” di Carlo Goldoni, riadattata in uno spettacolo unitario dal regista Toni Servillo.
La trilogia appartiene a quella parte della produzione goldoniana destinata alle tragedie romanzesche, ed era composta dalle tre opere “Le smanie per la villeggiatura”, “Le avventure della villeggiatura”, “Il ritorno dalla villeggiatura”. Nel settecento, epoca a cui appartiene l’autore veneziano, questa parte della sua produzione non era apprezzata tanto quanto le commedie, probabilmente per la spiccata propensione di questi alla comicità di situazione. Ma l’alternanza tra momenti leggeri ed esilaranti e scene più intense e sofferte è assolutamente ben gestita, e sfumata ad arte dal regista Servillo, nell’ambito ancor più complesso della rappresentazione unitaria.
Elemento chiave dell’opera è senz’altro il ritmo, inevitabilmente sostenuto per la lunghezza dei dialoghi e per alleggerire la durata complessiva dello spettacolo, che si aggira intorno alle tre ore.
Il ritmo scandisce le diverse fasi della storia: è frenetico durante i preparativi per la partenza ( a discapito talvolta della chiarezza enunciativa); rallentato in villeggiatura e durante l’innamoramento tra Giacinta e Guglielmo, dove l’intensità delle scene è supportata da un diverso uso delle luci e da cambi scenografici molto significativi; e nuovamente serrato nel rientro in città, stavolta però non con l’intento di “movere risum”, ma per esprimere al meglio l’isteria delle due donne, Giacinta e Vittoria, e l’insofferenza verso le convenzioni sociali, che intrappolano i personaggi in situazioni di infelicità e sconvenienza. Proprio qui sta uno dei punti focali della vicenda: Giacinta soffoca il suo sentimento per Guglielmo non per un matrimonio di convenienza con Leonardo, a cui è promessa, ma per la sola illusione che vi possa essere un ritorno economico in questa unione. Tutto è basato sull’apparenza, sulle dicerie, sulla reputazione. Per andare in villeggiatura i nobili si indebitano, e l’uno crede che l’altro sia benestante solo per l’ingannevole apparenza che tanto a fatica i protagonisti mantengono. Al centro della complessa situazione, l’evoluzione caratteriale di Giacinta è talmente approfondita nei gesti, nei dialoghi, nelle sfumature psicologiche, da coinvolgere il pubblico in prima linea. Ben lontana da qualsiasi altro stereotipo presente nell’opera, la sua è l’interpretazione più reale che ci sia sul palco.
Al di fuori degli intrighi sociali è il Signor Fulgenzio, immancabile personificazione della ragione, che offre le sue sagge e pragmatiche consulenze.
Personaggio che in qualche modo spezza il ritmo narrativo è Ferdinando, dalla parlata marcatamente lenta e ‘snob’, parodia del nobiluomo dalle tasche vuote ma abile nell’arte dello scrocco. L’intesa comica tra lui e la signora Sabina, anziana zia vedova della protagonista, offre un risultato esilarante, assieme all’affinità scenica di molte altre coppie. Dinamica e coinvolgente la recitazione di Andrea Renzi, nel ruolo di Leonardo, ben lontana da quella più statica ma intensa di Tommaso Ragno nel ruolo di Guglielmo, il cui tono caldo e pacato della voce è stato sfruttato con grande ironia, per smorzare le tensioni attribuite al personaggio.
L’uso delle luci è stato sobrio ma assolutamente appropriato. Durante la villeggiatura è stato riproposto agli spettatori un tramonto vacanziero con tanto di grilli in sottofondo, mentre l’illuminazione più fredda del rientro in città, è stata enfatizzata dai tuoni del temporale.
Il feeling tra gli attori, la presenza di personaggi carismatici ed esilaranti, il ritratto sarcastico dei protagonisti in vacanza (che tra partite a ruba mazzetto e mangiate abbondanti ha connotazioni piuttosto realistiche), hanno fatto si che una rappresentazione dall’impianto narrativo così tanto impegnativo, valesse tutta la fatica di metterla in scena

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