Tuccio Musumeci: la semplicità dei grandi Maestri

Lo splendido sole di giugno ha fatto da cornice al nostro incontro con il Maestro Tuccio Musumeci, che ha dato a noi di SiciliaToday la possibilità, tra un impegno e una programmazione teatrale, di intervistarlo. L’intervista con il noto attore catanese di fama internazionale si svolge nel luogo più congeniale ad ogni attore: il Teatro Brancati, progettato, ideato e fortemente voluto dallo stesso attore. Da quest’incontro abbiamo imparato e compreso tanto: la disponibilità con cui ci ha accolto il Maestro è stata immensa; infatti ha eliminato tutti i formalismi e le etichette rendendo il nostro incontro, non solo, un’occasione importante, per conoscere l’intensa attività teatrale del Teatro Brancati, ma un vero momento di ricchezza e di nutrizione per lo spirito.

Parlare del famoso attore etneo può sembrare facile, ma non è così semplice, perché è vero egli muove i primi passi nell’ avanspettacolo ed è ricordato da tutti come attore comico, ma non è solo questo. La sua svolta come attore avviene con la partecipazione ad importanti opere rappresentate dal Teatro Stabile di Catania e tra i primi grandi successi è sicuramente doveroso ricordare Il Berretto a Sonagli di L. Pirandello interpretato insieme a Turi Ferro. Numerosi sono i ruoli drammatici interpretati, tra i più noti è giusto ricordare la struggente interpretazione de Il Guardiano di H. Pinter o Il Consiglio d’Egitto di L. Sciascia.

Le sue battute, la sua mimica facciale, la sua grande forza comunicativa gli hanno permesso di entrare nel cuore di tutti; infatti anche coloro che non amano il teatro o non sono estimatori del più importante attore siciliano, non possono non ammetterne la bravura e il grande successo, che ha acquisito durante gli anni, grazie all’innata predisposizione naturale di essere Attore sin dalla nascita. Poliedrico e ricco di molteplici sfaccettature, come il più prezioso dei diamanti, utilizza la sua arte per esaltare al meglio le tradizioni e la cultura siciliana.

Musumeci è un esempio di bravura e di umiltà per tutti coloro che vogliono seguire le sue orme, perché una caratteristica principale che lo contraddistingue è quella di non sentirsi mai arrivato e di cercare sempre qualche pretesto per migliorare la sua tecnica. Protagonista, non solo, nel campo teatrale ma anche al cinema ed in televisione, ha saputo conquistare con il suo sorriso e le sue battute intere generazioni. Simbolo di una Sicilia pulita ed onesta, che cerca di rendere omaggio e merito alle sue radici grazie all’amore indiscusso per la propria terra. Uomo capace di credere nei propri sogni fino al punto di realizzarli dando vita ad un’ importante struttura teatrale, il Teatro Brancati, libera da meccanismi, schemi o convenzioni legate alla macchina della politica.

In quest’ atmosfera in cui la funzione pedagogica del teatro acquista il vero senso e il naturale scopo di esistere iniziamo la nostra intervista.
Maestro Musumeci, come ha capito che il suo “mestiere” sarebbe stato quello di fare l’attore? “Io da piccolo ero molto timido. Se ho deciso di fare l’attore è colpa di mio padre, perché mi abituò sin da subito al teatro; infatti grazie a lui cominciai ad avvicinarmi sempre più al palcoscenico. Mio padre vinse un importante concorso di carattere nazionale e andò a studiare e lavorare all’Accademia Cinematografica dove c’erano artisti del calibro di V. De Sica. Mio nonno, però, aveva un’industria di conserve alimentari e gli troncò sul nascere la carriera, forse, ho voluto anche continuare il suo sogno incompiuto facendo questo lavoro. Da ragazzino all’età di otto o forse dieci anni andavo con i miei genitori al Teatro SanGiorgi e ho cominciato da lì ad assaporare il teatro. Mi sono avvicinato all’attore M. Abruzzo e all’attrice R. Anselmi e quando li vedevo recitare ero estasiato, mi sentivo come rapito, probabilmente, da quella bella consuetudine di andare a teatro ho capito, inconsciamente, che avrei fatto l’attore”.

Lei non è solamente l’attore esilarante che tutti conosciamo. La sua attività teatrale è costellata anche da ruoli impegnativi come “Cronaca di un uomo” di P. Fava, “Il Consiglio d’Egitto” di L. Sciascia o “Pipino il Breve”di T. Cucchiara tanto per citarne alcuni. Come fa a passare da un ruolo comico ad un ruolo serio con tanta facilità e soprattutto con tanta bravura?

“Io nasco come comico e per un comico fare le parti drammatiche è facile, perché se un attore nasce drammatico gli verrà sicuramente difficile fare il comico. Far ridere è la cosa più difficile da ottenere. È da ricordare che il comico d’indole è sempre triste e automaticamente gli viene più facile fare i personaggi tristi o meglio grotteschi. In giro per l’Italia ho fatto il Guardiano di H. Pinter, un testo impegnativo. Ricordo cos’ha detto la segretaria di Pinter quando è venuta vedere la rappresentazione. Mi ha detto che ho dato un certo spessore anche siculo, meridionale al personaggio ed è stata una bella soddisfazione. Dopo la prima rappresentazione de “Il Guardiano” ricevetti una bellissima critica su tutti i giornali tecnici. Interpretai “Cronaca di un Uomo” di P. Fava nel 1967 quando ero agli inizi, ero giovane, ma grazie ad un grande regista milanese sono stato capace di calarmi perfettamente nel personaggio e interpretare nel migliore dei modi il mio primo ruolo drammatico. Ricordo la reazione di grande commozione del pubblico alla scena di quando il protagonista parte per la Germania. Tutto ciò è frutto di un grande lavoro e di un ottimo regista, Romano Bernardi, che ha saputo indirizzarmi e guidare. Se non ci sono registi bravi che sanno indirizzare, specialmente all’inizio, è difficile fare un buon lavoro. La bravura si acquista con l’età, perché l’attore diventa maturo quando è già anziano. Non ci sono bravi attori a vent’anni, perché a vent’anni si è giovani attori, magari talentuosi, ma giovani. Oggi in giro c’è molto dilettantismo e ci sono molti attori momentanei, attori che durano poco, che non hanno le basi culturali e tecniche per andare avanti”.

Tuccio Musumeci e il Cinema. Qual è il film, tra i tanti, che le ha dato maggior soddisfazione e quale ricorda con maggior affetto?

“Io ho interpretato una trentina di film. Uno dei film a cui sono molto legato in cui ricoprivo il ruolo del protagonista è: “Lo voglio maschio” di U. Saitta. Un film che ha avuto molto successo, anche per il titolo equivoco e per l’argomento trattato. Dopo questo film N. Manfredi fece il film “Lo chiameremo Andrea”. Legato a questo film e al Manfredi ho un ricordo particolare; infatti eravamo un giorno a pranzo insieme a Milano e discutevamo del problema legato alla progenia dei figli maschi in Italia. “Lo voglio maschio” raccontava la storia di un barone siciliano che aveva una miriade di figlie femmine e non riusciva ad avere l’erede per continuare la dinastia. Questo film ebbe un enorme successo. Un altro film a cui sono legato che feci per la regia di A. Brescia è “L’adolescente” del 1975. Quando feci questo film era il periodo dei film tipo “Grazie zia” e dopo questo film girai tante altre pellicole ed anche film americani; era il periodo in cui gli americani venivano a girare i film western in Italia, perché costavano meno. Poi girai tanti altri film fino all’ultima partecipazione ne “La matassa” con Ficarra e Picone, i quali mi hanno invitato a prendere parte al film. Ho conosciuto i due comici quando ancora facevano gli animatori nei villaggi. Avrei dovuto fare anche “Bagheria” di G. Tornatore, ma dovevo mancare nove mesi da Catania e ho preferito rinunciare. Peppuccio Tornatore è un grande amico, ha fatto parte anche del Teatro Brancati quando il teatro era ancora una coperativa”.

Spesso ha recitato in coppia con P. Pattavina con il quale viene spesso ricordato anche per la famosa gag “ ‘U purtau ‘u pani papà?”. Qual è la cosa più bella del rapporto professionale e amichevole con Pattavina?
“Con Pattavina abbiamo iniziato da ragazzini insieme dai salesiani. Pippo cantava, aveva una bella voce. Quando da giovani abbiamo messo su una compagnia insieme a P. Baudo lui era il cantante del gruppo. Da allora ci siamo uniti come in un matrimonio. Abbiamo fatto tante cose insieme, abbiamo inventato anche questo famoso sketch. La famosa frase : “ ‘U purtau ‘u pani papà?” non era altro che una presa in giro di un famoso regista, De Martino, che faceva le prove singole agli attori. Noi l’abbiamo, simpaticamente, preso in giro. Pippo faceva il regista mentre io facevo l’attore disgraziato che non sapeva dire la battuta. Di solito i registi non se la prendono mai con i grandi nomi, ma sempre con i piccoli. Questa gag è stata trasmessa ovunque; infatti io non sono più andato in un ristorante a Verona, perché c’era il cameriere che mi faceva vergognare. Non mi portava il pane se non gli dicevo la famosa frase, ed io come uno sciocco ero costretto a ripetergliela. Una cosa simile si ripetè a Milano. Quando presi parte, come ospite fisso, al programma 7 Voci condotto da P. Baudo, ero protagonista di un’altra esilarante gag affiancato da E. Crovetto. Concludevo la famosa scena dicendo: “ Cose, cose, cose da pazzi…” e fu un altro tormentone. Molti negozi hanno utilizzato queste mie frasi per le loro pubblicità. A Milano, la domenica mi piaceva passeggiare a piazza Duomo ma fui costretto a non farlo più, perché ogni volta le persone, ed in particolar modo le mamme con i bimbi, mi fermavano costringendomi, carinamente, a dire le solite frasi”.

Lei ha fondato il Teatro Brancati, una tappa d’obbligo per tutti gli amanti del teatro. Com’è nata la voglia di fondare un teatro? Un progetto sicuramente ambizioso ma ben riuscito.

“Da sempre è stata la mia aspirazione. Questo teatro è stato rinnovato diciotto anni fa, ma non è stato poi aperto. Invece tre anni fa con l’amico Torrisi avevamo deciso di iniziare quest’avventura, anche perché sono andato via dal Teatro Stabile, poiché era diventato politicizzato. Dove entra la politica non può esistere l’arte. Non ho visto un sindaco, un politico a teatro e questo è il degrado più assoluto. Qui faccio quello che voglio, non ho consiglio d’amministrazione, sono un privato e non devo dare conto a nessuno. Faccio un tabellone alternativo a quello del Teatro Stabile. Oggi con la crisi che sta attraversando il teatro faccio dei lavori piacevoli, che possono attirare anche il pubblico giovane. Qui c’è un pubblico giovane rispetto agli altri teatri. I giovani, a Catania, non frequentano molto i teatri. I ragazzi vanno abituati sin da piccoli al teatro e alla cultura. Un giovane che promette abbandona subito la sua terra, perché qui non c’è niente, purtroppo, è stato tutto ridotto al terzo mondo.

Lei è considerato da tutti coloro che vogliono fare il mestiere dell’attore come “ Il Maestro dei Maestri”. Cosa ne pensa della nuova classe di attori emergenti?

“Oggi non ci sono attori emergenti, ci sono attori momentanei. Non studiano, non sanno le basi del teatro, non hanno cultura e questo è un danno che ha portato la televisione, perché la TV fa recitare chiunque. Io quando vedo queste fiction, un’imitazione dei vecchi sceneggiati, noto che quasi tutti sono calanti nelle battute. I giovani di oggi non conoscono i maestri del Teatro o del Cinema. I ragazzi pensano che fare l’attore sia solo mettersi in mostra e sapere le battute, si deve studiare, si devono avere le basi culturali. La scuola più grande è stata quella dell’ avanspettacolo. I più grandi attori sono nati e partiti da lì. Oggi ci sono le scuole di recitazione, ma escono tutti allo stesso modo con lo stampino e non è bello”.

Cosa consiglia a tutti quei giovani che vogliono intraprendere il bellissimo ma difficile mestiere dell’attore?
“Cambiare mestiere, perché oggi è davvero difficile. Lo sconsiglio, perché non è più come una volta. Oggi si può arrivare al successo con facilità, ma si può cadere subito. Per un giovane è difficile, perché superando l’età canonica trovare una collocazione è davvero un’impresa ardua e per le donne lo è ancora di più. Questo per me è tutta colpa della televisione”.

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