Una storia “Senza Hitler” sul palco del Brancati

Cosa sarebbe successo se nel 1907 un diciottenne Adolf Hitler fosse stato ammesso all’Accademia delle Belle Arti di Vienna?
Una domanda che, tra i tanti se e ma accostati erroneamente alla Storia, ci sembra di portata straordinariamente potente.
Edoardo Erba, con la regia di Armando Pugliese, si è abbandonato all’immaginazione. E ci ha raccontato un 1950 che, 43 anni prima, ha imboccato una strada diversa rispetto a quella realmente imboccata, per la minima variazione dell’esito di un esame.

La Germania appartiene ad una confederazione di Stati del Nord, è ‘appesantita’ dai tanti clandestini e da una burocrazia troppo complessa, è assolutamente priva di ideali patriottici.
“Siamo una sordida periferia piena di locali notturni e donnine nude, siamo venduti agli svedesi”, lamenta il sessantenne protagonista. Di guerra mondiale, in questa realtà parallela, ce n’è stata soltanto una.

I personaggi di questa fantasia metastorica sono quattro, e il lungo spettacolo è tutto affidato al dialogo tra questi, alle sue intonazioni e ai suoi tempi. Andrea Tidona, l’attore con il greve compito di interpretare Adolf Hitler, ha saputo gestire i tempi e i toni meglio di chiunque altro sul palco. Riuscendo peraltro a non deludere le enormi aspettative del ruolo affidatogli, neppure dovendolo calare nei panni di un vecchio pittore scorbutico e dall’aspetto ordinario, che si lamenta della politica del suo Paese e del clima.

Ad aprire la scena è una donna sfatta, dal trucco scolato e in dèshabillè, posta su una scenografia (a cura di Andrea Taddei) rigorosamente geometrica, ma ammorbidita da un bel gioco di colori e luci.

La donna è Eva Braun, fedele compagna e infine moglie del Fuhrer, che in questa distopia è la modella, badante, fedele compagna e infine moglie del vecchio pittore. Ad incarnare splendidamente le sue ossessioni e inquietudini, l’attrice Carla Cassola.

Una giornalista di Francoforte alle prime armi, interpretata invece dalla giovane Barbara Giordano, rappresenterà con le sue forti reazioni, con la sua repulsione ma anche recondita attrazione per quella mente oscura e perversa, la razionalità del tutto assente nei dialoghi grotteschi e nell’instabilità dei protagonisti. Nel corso dello spettacolo però, si scoprirà simbolo di molte altre cose.

Il quarto personaggio è Adolf Eichmann (Giovanni Carta), un mero burocrate inviato dal governo a compiere alcune verifiche. Persino nella Storia in molti lo considerarono poco adatto a svolgere mansioni politiche di gran rilievo, eppure un incarico gli fu dato: fu uno dei maggiori responsabili fattivi dell’Olocausto.

Il nome ‘Adolf Hitler’ viene pronunciato solo nell’ultimo quarto d’ora dell’opera, quando il personaggio ha ormai assunto i contorni della figura complessa, turbata e austera che in tanti anni non ci siamo mai stancati di osservare e riesaminare.
Nell’altra realtà di Erba, queste quattro anime sono comunque fatalmente legate l’una all’altra. Hitler è un artista snobbato dai giornali, e il genocidio, la guerra, le folli aspirazioni dittatoriali, non sono altro che i soggetti dei suoi dipinti e delle profezie della mistica tedesca Teresa Neumann.
A sfogare l’efferatezza del Fuhrer, in quella realtà, sono la violenza domestica e una tela.

Quello che sul palco è il sogno irrealizzato di un vecchio, è stato per nel mondo un realizzato incubo.

Nessuno sa se sarebbe bastata realmente l’ammissione di Hitler all’Accademia delle Belle Arti per far sì che rinunciasse ai suoi sogni, ma una cosa è certa: attraverso una figura tanto carismatica e terribile, l’autore ci mostra qualcosa di ben più universale del circoscritto fatto storico. Mostra l’immenso potenziale che sta dietro ad ogni singolo evento della nostra vita.

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