Caritas Diocesana: un concreto aiuto per ridare dignità a chi ha perso le speranze

Ogni uomo sulla terra ha un progetto da realizzare, spesso tuttavia non si comprende da subito quale sia il giusto percorso da seguire per trasformare i propri sogni in realtà concrete. Durante questo cammino, è facile percorrere strade tortuose che possono cambiare la nostra esistenza o addirittura stravolgerla in modo devastante.

Il nostro incontro con Padre Valerio Di Trapani, direttore della Caritas Diocesana di Catania, ci aiuta a comprendere come nonostante le vicissitudini dolorose che possono accadere nella vita, ogni uomo ha il dovere di riprendere la propria vita in mano e ricostruirla su basi nuove e concrete.

Valerio Di Trapani è un giovane sacerdote dal volto e dai modi gentili con un delicato ed importante incarico da svolgere, che cerca di dare una risposta concreta e certa a tutti coloro che bussano alla sua porta.

I successi che anche grazie al suo direttore la Caritas di Catania è riuscita ad ottenere non sono per nulla banali, ma degni di merito e lode soprattutto in una società come la nostra, in cui le istituzioni, gli enti amministrativi funzionano poco e male, dove la cultura dell’aiuto disinteressato e pulito è ormai solo una concezione utopistica.

Tra le tante attività svolte dalla Caritas Diocesana è da ricordare la recente iniziativa del microcredito dato alle famiglie disagiate ovvero quelle con un basso reddito. Com’ è nata quest’iniziativa?

“E' uno dei servizi che nascono per intercettare e migliorare quel bisogno legato alla crisi economico familiare derivante da un forte tasso d’impoverimento della società. Si è istituito questo microcredito per aiutare tutti coloro che vogliono riprendersi da una tracimazione nella condizione di povertà.
La proposta è partita dalla Caritas Diocesana, dalla Provincia Regionale di Catania e dal Banco di Credito Cooperativo Etneo insieme con la Prefettura. Questo protocollo d’intesa è stato creato per sostenere le persone non interessanti dal punto di vista bancario e aiutare chi ha bisogno.
Le domande sono state molte e quasi tutte accettate con successo. Solo alcune sono state respinte o perché incomplete o perchè non adatte allo scopo dell’iniziativa. Questo finanziamento deve servire ad evitare l’impoverimento di massa, perché ci possono essere spese improvvise che non riescono ad essere sostenute dalla famiglia e stravolgere in negativo l’esistenza familiare”.

Le varie Casa Famiglia, i vari Istituti d’accoglienza sostenuti dalla Caritas accolgono i più bisognosi. Alcuni riescono ad emergere da questa situazione d’anonimato e trovare una collocazione nella società?

“Essenzialmente tutte le persone che accogliamo fanno dei dei miglioramenti della propria condizione. I ragazzi che sono stati accolti da noi sono riusciti ad avere poi una loro famiglia, una loro casa, hanno fatto un loro percorso. C’è una sorta di riprogettazione della loro vita a partire da una lettura reale della loro esistenza.
Ci sono, ad esempio, persone che a 55 anni perdono il lavoro, gli affetti, la casa e si trovano in una condizione di estrema povertà per le quali persone non sempre è possibile prospettare un percorso d’inclusione massima. Il cammino di ricostruzione della propria vita è progettato per il recupero della persona con piccoli lavoretti che permettono una ricomposizione della vita con soluzioni abitative in coabitazione, si ricupera una condizione di dignità in una mutata condizione sociale”.

Come si svolge una giornata tipo all’interno di una struttura come l’ Help Center o La Locanda del Samaritano?
“L’ Help Center è collocato in una zona strategica della città, la stazione. È una struttura per i senza fissa dimora. Qui la persona viene accolta, aiutata ed orientata. Alle 8.00 del mattino viene offerta la colazione, poi c’è l’ascolto e i servizi per le persone senza tetto. Alle ore 18.00 c’è il corso d’italiano per gli stranieri, alle 19.00 c’è la cena e, infine, alle 20.30 parte l’unità di strada che va a raggiungere le persone senza fissa dimora.
Una volta la settimana c’è il servizio d’orientamento legale e ci sono alcune comunità d’immigrati che si riuniscono per la loro attività. Mentre “La Locanda del Samaritano” è una comunità di persone suddivisa in due piani. Al primo piano troviamo lo spazio dedicato alle donne e al secondo ci sono gli uomini. La giornata tipo, in questa struttura, è quella di una normale famiglia. Ci sono momenti di ricreazione, di distensione e di costruzione della propria individualità ovvero una vera famiglia con scambio umano e sociale”.

Qual è il più grande successo che La Caritas Diocesana di Catania è riuscita ad ottenere sino ad oggi?

“Successi ce ne sono stati tanti e mi auguro che ce ne siano sempre di più grandi. L’ Help Center è un successo, perché è il primo pronto soccorso sociale per persone senza tetto nato al sud Italia. L’utenza è molto alta, la collocazione strategica ha fatto in modo che circa il 77% di stranieri, ogni giorno, bussi alle porte dell’ Help Center. Un buon successo è anche il centro creato a Librino, accanto al palazzo di cemento, per i minori sullo stile dell’oratorio. Sorge in un luogo blindato centro fiocina, un tempo, di motorini rubati. La Locanda del Samaritano è anch’essa un successo dove gli ospiti riacquistano dignità e, soprattutto, si dà la stessa dignità e lo stesso valore delle altre persone che hanno una casa o un lavoro”.

Catania è una città divisa in due. Ci sono due realtà economiche, i quartieri benestanti come Corso Italia, via G. Leopardi, via G. D’annunzio e i quartieri Off Limits come S. Cristoforo, Librino, Villaggio S. Agata. Cosa si deve fare secondo Lei per superare questo disagio?

“ La cosa più difficile che la Caritas si propone di fare è la cucitura della società. Abbiamo proposto, tempo fa, e lo rilanceremo a settembre “le adozioni a vicinanza”. Un volontariato di tipo familiare, un aiuto del ceto benestante alle persone che vivono in estrema povertà. Molto spesso le due facce della medaglia s’ignorano, l’ambiente culturale di riferimento non è uguale a quello dell’altro, parlano un linguaggio diverso. L’idea è quella di ripartire da una sorta di riappropriazione dell’uno e dell’altro e far diventare il tutto una sorta di arricchimento reciproco. Non credo nella semplice beneficenza, ovvero nell’elargizione monetaria anonima, credo in un ricupero della capacità relazionale della persona”.

Ci sono meno vocazioni in questo momento, ma è in crescita il volontariato laico. Come spiega tutto ciò?<(b>

“ Numericamente, è vero, diminuiscono le vocazioni soprattutto quelle femminili, ma, ultimamente, anche le forze di volontariato sono in netta diminuzione. C’è stato un boom del volontariato negli anni 90, poi esso ha assunto anche una vigilia d’anticipazione lavorativa. Quel volontariato puro per appartenenza politica, religiosa o di tipo ideologico è diminuito. La questione della risposta vocazionale è legata ad un’ esperienza religiosa di tipo profondo. La società, oggi, è particolarmente secolarizzata, la gente pur dicendosi credente non ha una partecipazione piena alla vita religiosa, le liturgie hanno una minore partecipazione di fedeli; infatti è cambiato l’atteggiamento, perché chi vive l’attività della Chiesa, oggi, lo fa perché ci crede e non come negli anni precedenti, perché obbligato da un certo contesto o mentalità. È diminuito il numero, purtroppo, ma sicuramente la qualità è più alta”.

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