Cosimo Coltraro

Cosimo Coltraro: quando i sogni diventano realtà

La scorsa settimana abbiamo avuto modo d’incontrare, conoscere e approfondire l’anima e la professionalità dell’attore catanese Cosimo Coltraro.

Il nostro incontro è avvenuto in un bar del centro in tarda serata davanti a delle prelibatezze tipiche della nostra terra. La nostra chiacchierata si svolge in un clima altamente rilassante e amichevole, abbiamo conosciuto un Cosimo Coltraro diverso da quello che siamo abituati a vedere in teatro, al cinema o in TV.

Ci siamo soffermati non solo sull’aspetto professionale e lavorativo ma anche sui ricordi d’infanzia, sui primi esordi e sui primi batticuori. Abbiamo conosciuto, nelle due ore trascorse insieme, un uomo – attore a tutto tondo.

Coltraro nasce principalmente come attore di teatro; infatti prima di entrare nel vivo dell’intervista ci soffermiamo, piacevolmente, sulla letteratura teatrale spaziando da Goldoni a Martoglio, da Pirandello a Verga e soprattutto sulla condizione del teatro a Catania che approfondiremo dopo in maniera dettagliata nella conclusione di quest’incontro.

Il mondo è come il teatro dove si recita una commedia che è forse nient’altro che la ripetizione di un sogno; infatti il mondo è un gran teatro dove l’uomo si muove come una marionetta, in uno spettacolo di cui non conosce il senso e la conclusione un “ theatrum mundi ” in cui gli uomini sono gli attori, la fortuna il regista e il cielo lo spettatore. La magia del teatro è finzione senza inganno ma è anche magia di educare dilettando.

Coltraro nato a Catania nella seconda metà degli anni sessanta nel popoloso quartiere de i Cappuccini, proprio da quel quartiere muoverà i primi passi come attore. Il protagonista della nostra intervista incarna perfettamente l’anima e lo spirito del tipico catanese tanto che egli stesso si definisce un “ Catanese liscio ”.

A nostro avviso è uno degli eletti, dei pochi fortunati che sono riusciti dopo tanti sacrifici a realizzare i sogni; infatti abbandona alla prima occasione utile la facoltà di Scienze Politiche, a cui era iscritto, per assicurarsi un lavoro sicuro come volevano i suoi familiari, “buttandosi” a capofitto nella scuola del Teatro Stabile di Catania.

Il nostro attore vive nel teatro e per il teatro, tanto che ha preferito rinunciare al professionismo calcistico, per inseguire il suo sogno d’attore poi divenuto realtà. La sua intelligenza curiosa l’ha parecchio aiutato dandogli la possibilità di poter imparare da tutti e creare così da ogni minimo particolare interessante una fonte più o meno grande di conoscenza.

La prima domanda postagli è la seguente:
Quando e come ha iniziato a recitare? Le reazioni di chi Le stava accanto quali sono state?
“ Io provengo da una generazione e da una base culturale il cui lavoro era predestinato, ovvero il lavoro del padre doveva diventare il tuo lavoro. Ho fatto studi tecnico – professionali, ma non avevo nulla in comune con quel tipo di scuola; infatti ero bravo in Italiano, nelle materie umanistiche, nella comunicazione, ma non ero contento di ciò che facevo e non avevo il coraggio di cambiare, probabilmente, per non deludere i miei genitori.
La prima esperienza teatrale fu a scuola, una recita scolastica, dove io fui una vittima del caso, perché provenendo da un quartiere “particolare” , nel quale ancora continuo ad abitare, dove gli odori e i sapori catanesi si respirano in maniera forte e ti rimangono addosso in modo indelebile. Ricordo, perfettamente, quando la maestra organizzò questa recita per fare bella figura con la direttrice scolastica. La recita si rifaceva alla commedia dell’arte ed era una scena tra Pantalone e Brighella e chiamò due persone a caso. I prescelti furono : Di Raimondo Amalia, la prima ragazzina di cui m’innamorai, e Coltraro. Io, ovviamente, la recita non l’avevo studiata, ricordo che dissi al mio compagno d’improvvisarsi suggeritore, ed io in base a quei suggerimenti m’improvvisai attore. Ad un certo punto la maestra bloccò infastidita il mio amico – suggeritore e da quel momento in poi improvvisai. In quell’occasione diedi vita alla mia prima performance d’attore. Quello era il periodo in cui a scuola volavano facilmente gli schiaffi e nessuno diceva niente! La maestra, come di consuetudine a quei tempi, mi diede un bel ceffone e poi mi disse : “Bravo!”

Questa, come dicevo, fu la mia prima esperienza anche se io avevo una predisposizione naturale, perché da piccolo ero attirato dall’applauso. Quando giocavo da piccolo davanti allo specchio, non pensavo all’esibizione ma pensavo, desideravo l’applauso, in pratica puntavo al risultato. Ho scoperto a professione avvenuta che non ero stato io solo l’unico a subire il fascino del teatro. Era scritto nei cromosomi che il teatro doveva fare parte della mia vita. Non potrò dimenticare, quando mia madre, una sera a professione avvenuta, mi disse: “ sei uguale a tuo nonno Cosimo”. Mio nonno materno era un attore comico, mentre il nonno paterno era un attore drammatico. Questa voglia e questa passione per il teatro a casa Coltraro cessò con la morte dei miei nonni, nessuno ha continuato la loro opera. Inutile dire che questa rivelazione di mia madre mi colpì parecchio, tanto che andai subito dalla mia nonna paterna a farmi raccontare tutto. Mia nonna, anche se un pò avanti con gli anni, sciorinò tanti di quei ricordi da poter scrivere un libro. I miei boicottarono all’inizio la mia voglia di fare l’attore, nessuno credeva che ce la potessi fare, preferivano vedermi con un mestiere sicuro ma non felice o realizzato, piuttosto che con un sogno incerto da realizzare.
I sogni si devono inseguire e si deve far di tutto per realizzarli”.

Da quanti anni svolge la professione come attore professionista?
“Sono attore professionista dal 1987. In pratica da quando sono entrato a far parte dell’Accademia del Teatro Stabile di Catania, anche se prima avevo fatto la filodrammatica con attori come F. Nassetta, il quale aveva lavorato con attori del calibro di F. Franchi, C. Ingrassia, C. Sineri. Quelli erano tempi in cui fare la professione dell’ attore era veramente un rischio; infatti era facile vedere attori come F. Nassetta, meravigliosamente attore, lasciare il teatro e di conseguenza la professione per un lavoro sicuro. L’abbandono di F. Nassetta fu un vero sacrilegio, una gravissima perdita per il teatro. Finita la scuola superiore m’iscrissi a Scienze Politiche, anche se la mia testa, la mia attenzione era sempre indirizzata al teatro. Cercavo, chiedevo, volevo la grande occasione per entrare nel grande giro e quando seppi che il Teatro Stabile faceva i provini per entrare, mi precipitai subito. Lì scoprii che ero veramente indietro, perché quando si arriva in un contesto come il Teatro Stabile, hai la possibilità di confrontarti con gente non brava, perché non esistono attori bravi a diciotto o diciannove anni. Ci si confronta con la cultura, con lo scibile, con quello che sai sull’esperienza di vita. L’esperienza di vita fu l’unica cosa che mi salvò, perché il mio essere “becero” , come diceva il mio Maestro, Di Martino, era la mia grande forza.

Il Teatro Stabile mi trasformò la vita sin dal primo giorno che entrai a farne parte. Io, ero e sono come una spugna, mi pregio di avere un’intelligenza curiosa, pensando di poter imparare da tutti e conscio che quello che dico può essere sempre opinabile. Sono trentacinque anni che faccio teatro e vado a vedere anche gli attori “scarsi”, perché anche da loro s’impara; infatti s’impara a non fare certe cose. Ho sfiorato il professionismo calcistico e un episodio che mi rimarrà sempre impresso fu quando un famoso allenatore della serie A. C’insegno a tirare i rigori e disse: “ il primo che batterà il rigore come me lo mando a casa!”
Quindi è bene guardare e imparare dagli altri. Una delle regole della scuola dell’accademia, quando facevo professionismo, era ed è il divieto assoluto di esibirsi per qualsiasi altra compagnia durante il periodo formativo; infatti se reciti alla filodrammatica anche senza volerlo è difficile non acquisirne i vezzi. Io da buon “Catanese Liscio” , come amo definirmi, questa cosa non la tenni nemmeno in considerazione.

Ricordo quando il mio Maestro, simile al burbero maestro di musica del serial “ Fame” , forse ancora più burbero, mi chiamò per un’esercitazione e alla fine di essa mi chiamò per sapere cosa avessi fatto durante il fine settimana. Io cercai di tergiversare ma lui si accorse subito da qualche movenza particolare che mi ero esibito. La scuola fu subito formativa, in tutti i sensi, perché non potrò dimenticare ciò che disse il mio Maestro al saggio conclusivo dei due anni di corso; “ Siete dei cani rimediabili!”

Non attori ma dei cani rimediabili! Questa frase mi servì da monito e mi spronò ad andare avanti.

Per seguire il mio sogno, perché i sogno vanno assecondati, lasciai il mio lavoro con mio padre.

Ma a diciannove anni si ha il diritto e il dovere d’inseguire i propri sogni. Durante la scuola ebbi l’onore di conoscere ed anche la possibilità di lavorare con A. Camilleri, allora Maestro di regia all’accademia d’arte drammatica.

Tra i miei Maestri da cui ho davvero imparato molto è doveroso ricordare, oltre al già citato Di Martino, i grandi T. Ferro, T. Musumeci, P. Pattavina, E. Guarneri, E. Pagni e P. Sammartaro a cui devo quello che sono.

Iniziai così a girare con le prime grandi compagnie che avevano nomi di rilievo come B. Toccafondi, A. Laurenzi, E. Tarascio … . Ricordo che quando tornavo da queste compagnie camminavo due metri dal suolo, però il mio Maestro sapeva ridimensionarmi per bene; infatti quando mise in scena Pinocchio il ruolo che mi fece fare era costituito da due semplici battute. Mi diede una lezione di vita, mi fece capire che non esistono piccoli ruoli ma solo piccoli attori. La mia prima vera compagnia in cui ebbi ruoli considerevoli fu quella di P. Micol ; da qui iniziarono i lavori con T. Musumeci, P. Pattavina, A. Malvica con la regia di A. Puglisi.
Mi fu affibbiato il soprannome di “Stabilino”, perché anche se cambiavano i vertici io ero sempre lì a lavorare, forse non solo perché avevo acquisito quel minimo di professionalità la quale mi permetteva di rimanere o forse perché, probabilmente, ero un tipo tranquillo che non creava problemi. Un altro dei tanti insegnamenti di Di Martino, che porto con me in ogni tournee e nelle varie rappresentazioni è la seguente: per fare il Teatro ci vogliono tre cose fondamentali e imprescindibili cioè gli Attori, il Pubblico e il Testo da recitare. Oggi non è più così! A teatro è più importante chi si occupa dell’organizzazione della struttura teatrale che l’attore stesso dimenticandosi addirittura che siamo noi attori il motivo perché il teatro esiste! Inutile ribadire che oggi, ancora di più rispetto al passato, la categoria di cui faccio parte è una categoria non protetta soggetta a rischi di ogni tipo e le regole del mercato di oggi sono un vero motivo di delusione.

Nel frattempo, a causa di un cambio di vertice al teatro stabile, ad un’organizzazione non più adatta alla mia professionalità e al mio modo di essere e constatando delle abissali discrepanze e differenze nel trattamento lavorativo decido di allontanarmi mio malgrado dal Teatro Stabile”.

Parlando della sua professione, dei suoi successi, delle sue vittorie non si può non parlare del suo incontro e di conseguenza lavoro con E. Guarneri. Ci parla di questo fortunato incontro …
“Il primo lavoro che feci con E. Guarneri fu l’Avaro di Moliere. Dopo l’Avaro, siamo già nel 1997/98, scoppia il “caso Litterio”.
Iniziò la mia collaborazione con lui, che mi allontanò da Teatro Stabile e mi fece lavorare sull’onda del successo collaborando anche con G. Criscuolo. Ho lavorato con Enrico per parecchi anni, era il periodo in Sicilia in cui eravamo famosi nel seguente ordine: 1) Litterio, 2) La Rosa, 3) il Papa ed infine io. Questo era il tipo di popolarità che poteva portare una collaborazione con Enrico.
Come dicevo con Guarneri rientrai nel Teatro Stabile e ci rimasi per un bel po’di tempo. Nel frattempo avevo fatto un provino “per caso” con il Teatro Stabile del veneto e mentre stava per finire la stagione estiva con Enrico, mi chiamarono da veneto chiedendomi di lavorare con loro. In quel momento “fui costretto” a prendere una delle decisioni più importanti della mia vita.

Il dilemma era lasciare la popolarità o ritornare al teatro?
"Scelsi il teatro, una scelta epocale ma felice di averla fatta e senza batter ciglio me ne andai. Avevo bisogno di quest’esperienza. Enrico mi sostituì con l’amico V. Volo.”

Mi Parli di quest’esperienza in Veneto
“In Veneto a capo della compagnia di L. Arena ho fatto la Trilogia di Goldoni, Il Mercante di Venezia, ma nello stesso tempo avevo nostalgia della mia terra, dei miei amici, dei miei compagni di lavoro. Non mi sono mai pentito di questa scelta, anche se da buon siciliano avevo voglia di ritornare a casa, prima che finisse l’esperienza con il Teatro del Veneto chiesi al direttore, A. Di pasquale, se c’era qualcosa per me. Mi proposero Pipino il Breve e il Birraio di Preeston” .

Il ruolo più importante che hai interpretato e che ricordi con maggior affetto?
“Il ruolo che ricordo con maggiore affetto, il più particolare, che mi è valso un premio alla carriera è Giufà. Questo personaggio doveva andare anche ad Insieme ma il caso volle che dicessi di no a Giufà. Una volta passeggiando per via Etnea subito dopo lo spettacolo delle gentili signore mi chiamarono quasi urlando Giufà. Da quel momento decisi di non riproporre più tale personaggio”.

Nel frattempo cos’ha fatto e cosa sta facendo?
“Durante la scorsa stagione al Teatro del Canovaccio è stata rappresentata una trilogia dei “Cuttigghi” di N. Martoglio nella quale indossavo i panni di Don Procopio, personaggio al quale sono molto legato. Prossimamente sarà rappresentato al Teatro del Canovaccio uno spettacolo sull’unità d’ Italia. Fra gli spettacoli che mi hanno particolarmente portato fortuna è doveroso che ricordi : Pipino il breve, La Baronessa di Carini … tanto per citarne alcuni. Spettacoli che mi hanno arricchito ed emozionato particolarmente”.

So che ha lavorato sia per il Cinema che per la T.V. ricordiamo le sue interpretazioni?
“Per quanto riguarda il Cinema ho lavorato in “Storia di una Capinera” per la regia di F. Zeffirelli; una produzione franco-americana per il film “Ginostra”, in cui ho conosciuto l’opulenza americana. Invece, per la T.V. ho lavorato nella “ Piovra 10” interpretando il figlio di Totò Riina; “Gli arancini di Montalbano” coprotagonista insieme a L. Zingaretti.”

Cosa ne pensa dell’iniziativa privata a Teatro in una città come Catania?
“Sono stato e sono parte integrante delle cosiddette iniziative private teatrali a Catania. Da ricordare quella scritta dall’amico P. Milazzo per la regia di F. Magnano di San Lio. Quest’iniziativa ha avuto parecchio successo, con un pubblico composto da più di mille persone in un teatro come quello del Canovaccio contenente un massimo di centocinquanta posti. Purtroppo, le iniziative private a Catania hanno vita breve, sono sottopagate, perché si ha paura di rischiare e si va per logiche di mercato basata a volte sull’onda della politica”.

Cosa consiglia ai ragazzi che vogliono intraprendere la sua stessa strada?

“Sconsiglio vivamente d’intraprendere la carriera di attore o di attrice! Questo periodo è davvero difficile per tutti, ma se tornassi indietro nonostante i momenti di crisi farei le stesse cose che ho fatto sino ad ora. Io nasco e morirò attore inquieto. Ho fatto sempre quello che voluto e se ho sbagliato ho deciso di sbagliare. Farò l’attore fino all’ultimo dei miei giorni, farò teatro finchè ci sarà possibilità. L’attore è uno dei mestieri più difficili, che sicuramente rifarei. Non ho mai sbagliato un provino, perché ero comunque io, magari non mi hanno preso semplicemente perché quel ruolo non era mio. Ho sempre fatto e dato il meglio. L’esperienza della vita insieme a quella del palcoscenico fa crescere, ma l’importante è non sentirsi mai arrivati.”

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