La triste sorte della Baronessa di Carini

È da poco trascorsa la festa della donna e volutamente è stato deciso di non dare troppa enfasi e troppo spazio a tale argomento, poiché la donna deve essere rispettata, amata, onorata e libera di poter sempre scegliere.

Non deve essere ridicolizzata dalla banale e tradizionale ricorrenza dell’ 8 marzo oramai svuotata dal vero significato e ridotta ad un semplice sfogo commerciale e consumistico.

La Sicilia è stata teatro di drammatiche vicissitudini femminili causate dalle più assurde e aberranti prepotenze maschili. A pochi giorni dalla festività, per sottolineare le grandi conquiste fatte dalla donna sino ad oggi, ci piace soffermarci su una storia realmente accaduta nella nostra secoli addietro: “ la storia della Baronessa di Carini”.

La storia della sfortunata Barunissa ha affascinato non solo il popolo siciliano ma è stata fonte di studio dei più svariati filologi, scrittori, registi e scenografi non solo italiani.

L’ immagine di vittima di un delitto d’onore tipicamente siciliano ebbe molta fortuna e attraverso i cantastorie si diffuse per tutto il Novecento fino a interessare Pasolini. Senza parlare degli onori televisivi che le tributò la Rai con ben due sceneggiati.

In realtà, la sua storia infelice ci è stata tramandata in forme edulcorate che hanno poco a che vedere con gli eventi storici del 1563 in un paesino vicino a Palermo.

Il famoso caso della baronessa di Carini viene narrato in un poemetto di tradizione popolare stampato nel 1870: una nobile, giovanissima, sorpresa con il suo amante dal marito e dal padre, viene uccisa per salvare la rispettabilità della famiglia. In questa chiave è stato narrato da decine di cantastorie siciliani, professionisti e dilettanti. Quest’edizione si deve a Salvatore Salomone Marino, un medico di Borgetto che si interessa di studi sulle tradizioni popolari e manda alle stampe un componimento di 262 versi in dialetto siciliano. Dopo tre anni esce una seconda edizione arricchita di 150 versi.

Il testo, che Marino vanta come la ricostruzione scientifica di un presunto originale fedele alla cronaca, vivrà una larga fortuna e sarà ripreso dal celebre studioso Giuseppe Pitrè e dal catanese Salvatore Camilleri.

Dopo aver conosciuto ed appreso la tecnica linguistica di Camilleri e l’arte rappresentativa della marionettistica dei flli. Napoli è naturale approfondire parte della nostra storia-patria iniziando con l’omicidio della Baronessa di Carini divenuto un cult mondiale. La nostra attenzione si pone non sulla parte relativa alla prosa ma sulla lirica sulla poesia e sulla drammatizzazione scenica della tragica storia.

La Baronessa di Carini scritta da S. Camilleri si compone di due atti: nel primo è narrata la storia, nel secondo la rielaborazione voluta dal poeta e anche dal popolo che per circa due secoli ascoltò e cantò questo poemetto. Tra il primo e il secondo atto c’è l’intervento della Poesia personificata. Le parole della Poesia sono lo spartiacque tra il reale racconto dei fatti e la voglia del poeta di continuare la storia facendo trionfare il vero amore; infatti non è un caso che l’intervento della Poesia si conclude dicendo:

La to storia cuntinua e ripigghia di cca;
e chiddi ca virrannu, li populi futuri,
tutti hannu a canusciri la storia di st’amuri,
la storia di st’amuri ca chiù non mori, e sia.
Zoccu voli lu populu, voli la Puisia
.

Nel primo atto si consuma la morte dei due innamorati, Laura e Ludovico, per mano del padre di lei, Don Cesare Lanza barone di Trabia, e del marito, il barone di Carini Don Vincenzo La Grua Talamanca.

Laura, la baronessa di Carini, è costretta a subire la volontà dei genitori rinnegando il proprio amore per Ludovico e sposare così un uomo che non ama, il quale si dimostra subito arrogante, dispotico, iracondo, privo di ogni delicatezza. La baronessa, giovanissima, pur vivendo una vita non felice accanto a quell’uomo impostole dalla famiglia, cerca di compiere al meglio il suo compito di sposa ingraziandosi anche la benevolenza di tutta Carini, oltre che dei propri servitori, con notevole disappunto del marito.

Il matrimonio procede per dieci anni con una tranquillità falsa e ipocrita imposta dalla situazione. Dopo 10 anni ricompare di nuovo nella vita di Laura, Ludovico Vernagallo.

L’amore per Ludovico non si era mai spento, era stato accantonato, chiuso in un angolo del cuore della baronessa.
Ludovico ritorna nella vita di Laura dopo un lungo viaggio a Napoli. Quando i due innamorati si rivedono, il dialogo tra i due protagonisti li porta a confessare il loro amore:

Baronessa: Vi scunciuru, firmativi. Ju non vi pozzu amari.
Ludovico: Però m’amati.
Baronessa: V’amu.
Ludovico: Vi ringraziu, Signuri,
avi un senzu la vita sulu si c’è l’amuri.>
E ju, ju lu sapeva, lu sapeviru vui,
l’amuri ni vuleva uniti a tutti dui.


Nel secondo atto il protagonista assoluto del dramma è Ludovico. L’uomo non si dà pace, non si rassegna alla morte della sua amata. L’autore descrive la disperazione di Ludovico utilizzando un linguaggio fortemente drammatico per sottolineare ancora di più il tormento e il dolore per la scomparsa della propria donna. Così Ludovico piange Laura:

Ciumi, muntagni ed arvuli, aceddi ca vulati,
chianciti assemi a mia , ca semu dispirati.
Animali di terra, chianciti puru vui,
la bedda barunissa non la videmu chiui.
E tu ca non ti vidu, ma si presenti, o ventu,
pi tutta la Sicilia porta lu me lamentu.
Morsi la Barunissa, la stidda di Carini,
e si ni sta cu l’angili, l’angili sarafini;
prima luceva ‘n-terra, ed ora luci ‘n-celu,
anima senza manta, anima senza velu.


Durante il girovagare Ludovico incontra la morte con la quale intrattiene un dialogo, per avere notizie sul luogo della sepoltura di Laura, così per rivederla ancora una volta. La morte svela al povero innamorato dove si trovano le spoglie della baronessa, nella Chiesa di S. Francesco in una tomba misera e triste.

Quando il povero cavaliere vede Laura, ormai trasfigurata dalla morte è sempre più disperato. Cerca di capire se la sua baronessa si trova all’inferno o in paradiso, attraverso l’atto di Bandone, che consiste nel calare una torcia accesa nella tomba per avere la conferma che la sua amata arde nel fuoco eterno dell’inferno.

Ludovico vaga di notte sempre più affranto e disperato e si sfoga con la luna sulle sue sventure, pensa che solo la morte potrà riunirlo al suo amore, ma l’amore è vita non è morte. Ormai in preda al dolore vende la sua anima al diavolo perché gli faccia rivedere per l’ultima volta la sua amata. Il giovane viene riportato a Carini cavalcando il diavolo, perché per rivedere la baronessa il povero innamorato deve vendere la sua anima e lo può fare solo acconsentendo agli ordini del diavolo.

Ludovico, finalmente, riesce ad incontrare la sua amata, riesce a vederla. Qui il dialogo tra i due innamorati è di grande drammaticità, i due ricordano il loro primo incontro, la prima serenata … . Per amore il protagonista maschile del dramma, ha venduto l’anima al diavolo, ha stretto un patto con esso, non si preoccupa di tornare indietro nel mondo dei vivi, perché la vita per lui non ha senso se non può avere accanto la donna che ama. Dall’inferno nessuno è tornato indietro, ma grazie alla potenza dell’amore e all’aiuto del Signore l’autore con versi vibranti, rifacendosi al mito classico di Orfeo ed Euridice, stravolgendo il finale dona la vita e la felicità ai due amanti:

Ludovico: La nostra vita ancora si grapi comu un ciuri
a la luci di l’alba, pi putenza d’amuri.
Ju caminu davanti, tu veni appressu, veni …
Pi putenza d’amuri la vita n’apparteni.



La Baronessa di Carini si presta di più alla rappresentazione non solo cinematografica ma anche marionettistica perché il dramma si snoda in ben undici quadri, non legati alle unità di tempo e di luogo ed in queste vantaggiose situazioni vantaggiose situazioni, mutare scena è facile. Questo dà più rapidità allo svolgimento delle azioni e della stessa recitazione che non ha eccessive frammentazioni nei suoi ritmi.

Anche i personaggi sono meglio caratterizzati, perché l’autore ha potuto lavorare su di essi con materiale che i precedenti studiosi non conoscevano, come ad esempio, la esatta identificazione che ciascun personaggio aveva avuto nell’uccisione della baronessa. Si era andati avanti per ipotesi, senza certezze.

Il Camilleri, invece, si è potuto avvalere di un documento scoperto dalla Dott.ssa A. Baviera Albanese, direttrice dell’Archivio di Stato di Palermo, e del ritrovamento di tutti i frammenti della storia raccolti dal Salomone Marino in circa mezzo secolo di ricerche (poco meno di ventimila versi).

Lavorando su questo documento e su questo materiale, più da poeta che da filologo, ha scritto il testo - da cui è stato tratto lo sceneggiato televisivo degli anni settanta interpretato da U. Pagliai e J. Agreen e da G. Proietti nel ruolo del cantastorie per la regia di L. Comencini - e poi, studiando con gusto di poeta, ha scelto i versi più belli e qualche volta, come dichiara apertamente, costruendoli lui stesso, quando si trattava di colmare le lacune, ciò gli ha dato la possibilità di dividere l’opera in due tempi.

La Poesia è il primo grande personaggio della Baronessa di Carini; essa, oltre ad essere la personificazione della Weltanschauung del Camilleri, è anche la personificazione della poetica del poeta. Infatti,ogni autore è sempre, anche se in parte, nei suoi personaggi, soprattutto in quelli che più si identificano con la sua personalità di poeta, nel nostro caso: Laura e Ludovico, i due innamorati.

Nel dar vita ai due personaggi il Camilleri si è servito della tradizione orale, dalla quale non si distacca molto: infatti narra i puri avvenimenti, così come sono succeduti, senza nulla togliere e nulla aggiungere, almeno nella prima parte del dramma; nella seconda parte, specialmente nella scena finale, troviamo invece il Camilleri, con la sua visione del mondo, che è decisamente romantica, anche se adeguatamente frenata da un gusto moderno, che pone una diga ai sentimenti abbandonati a se stessi.

È una scena tutta inventata dal Camilleri. I due innamorati si ritrovano all’inferno: Laura, perché morta in peccato, Ludovico, perché vi è giunto misteriosamente perché ha venduto, in cambio, l’anima al diavolo. Ora Laura, dopo la prima meraviglia e il piacere di rivedere l’amante, lo esorta a ritornare fra i vivi nel mondo. Ludovico, invece, vuole rimanere, vuole dividere con lei le pene eterne:

Laura: Non cunta lu diavulu unni cumanna Diu.
Torna, torna a lu munnu. Mi fusti di cunfortu
Vinennu ’nta lu nfernu. Ma sì vivu e non mortu.
Torna ti poi salvari
.
Ludovico: Non mi vogghiu salvari! Restu cu tia a lu nfernu, a soffriri e pinari.
Tranni…


Ludovico in uno slancio d’amore quasi surreale crede di avere risolto il loro problema, ecco gli sovviene Orfeo, il mitico cantore Trace, il quale- come si racconta – era andato da vivo all’inferno per portare via l’innamorata Euridice. Pensa di poter fare altrettanto lui, anche se ad Orfeo l’impresa non è riuscita. Ma lui sarà più attento, darà a Laura ordini precisi per sfuggire ai cerberi del regno dei morti.

Laura è rapita da quel “tranni”, e lo ripete, ma in modo interrogativo: “Tranni?” È un momento vibrante, i due caratteri si fondono, diventano un solo carattere con gli stessi sentimenti che si rincorrono nell’attesa di una risposta. È quel sentimento che troviamo nel Camilleri lirico, dove è nascosto, senza esaltazione, mentre qui è più appariscente, smorzato un po’ dalla ragionevolezza di Laura.

I due personaggi non riuscirono a superare insieme le porte dell’inferno e uscire alla luce, perché Euridice non manterrà il patto assunto, cioè di non voltarsi all’indietro durante il percorso. Questo fatto le sarà fatale. Potè uscire soltanto Orfeo, che passerà il resto della sua vita a piangere sulla sua lira il suo perduto amore, con tanta intensità che gli animali e le piante gli andavano incontro cercando di consolarlo. Anche questa conclusione è romantica. Camilleri è un romantico che crede nella vita, quindi è portato a sperare e a sognare che la conclusione della sua straordinaria vicenda d’amore possa avere una conclusione diversa.

Ciò che differenzia il Camilleri (e i suoi personaggi) da un vero romantico è la soluzione dei problemi della vita. I personaggi romantici pongono fine alla loro vita con un tragico epilogo; il romantico Camilleri, che crede nella vita, crede nell’amore untore della vita e del mondo, essenza potenza di tutto, forza primaria della natura. Infatti alla domanda di Laura, che gli chiede per quale virtù possano entrambi uscire dall’inferno. Ludovico risponde: Pi putenza d’amuri!

Per potenza d’amore avviene il miracolo, e nella natura sembra che stia questa potenza, che concorre a mutare anche l’ordine supremo delle cose. Ed è Laura ad avvertirlo per prima; Ludovico ne ha la certezza:

Laura/Ludovico: Pi puntenza d’amuri la vita n’apaprteni.

A questo punto la scena rimane immobile, solo la luce s’avvicina fino a trasformarsi nella luminosa Poesia, che ripete con un dolcissimo accento:

Poesia: Pi putenza d’amuri la vita n’apparteni.

I caratteri dei due personaggi in realtà non sono complementari ma sono quasi un carattere solo, un calco.
Un carattere di grande resa teatrale, è quello di Don Cesare Lanza, padre e parricida della Baronessa di Carini; un carattere frequente nel mondo cattolico: quello che oggi chiamiamo padre-padrone. È carattere frequente nella letteratura, al punto da diventare una facile tipicizzazione piuttosto che una caratterizzazione. Don Cesare è padre e padrone, ma non genericamente, bensì a modo suo, ed è anche parricida a modo suo, perché nonostante i documenti lo dichiarino parricida, ed egli stesso si dichiari tale in un atto processuale, ancora ci sono seri dubbi su questo.
In ogni scena del dramma in cui compare il barone Don Cesare, è sempre il suo carattere prepotente che emerge, anche nelle scene finali, quelle della disperazione e del pentimento. Ma soprattutto nella scena IV del primo tempo Don Cesare, frenando imperiosamente la figlia che s’interpone fra i discorsi degli uomini, dà al genero una lezione su come deve comportarsi un vero barone, e non sono le sue parole che costituiscono un autoritratto del Lanza stesso, prepotente autoritario.

Personaggio apparentemente poco interessante è quello di Don Vincenzo La Grua Talamanca, barone di Carini, ed è spesso confuso col padre della baronessa. È un peronaggio importante, anche se poco appariscente, importante dal punto di vista teatrale, in quanto agisce sempre in maniera tale da rimanere in sottordine, almeno in apparenza dando agli altri la responsabilità degli atti. Anche nell’uccisione della moglie tiene lo stesso comportamento. È un personaggio squallido, tanto in contrasto con quello umano e gentile della moglie, più che antipatico e ciò lo si percepisce sin dall’inizio del dramma, lo stesso giorno del matrimonio. Gli sposi sono tornati a casa e la servitù li accoglie con manifestazioni gioiose, che la baronessa accetta di buon grado, mentre il barone rimprovera tutti con parole sgarbate.

Nella rappresentazione di Camilleri il tradimento della moglie è nulla, o quasi, rispetto al comportamento del marito, che non trova nessuna comprensione, mentre la moglie diventa "lu gigghiu di Carini

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