Sanremo, l’ultima o l’unica favola italiana rimasta?

Ci tocca almeno una volta nella vita parlare pubblicamente del Festival della canzone Italiana a SanRemo e senza false modestie non ci dispiace.

Il punto è cosa dire che non è stato già detto? Potremmo fare un copia incolla, oggi tanto di moda, e l’articolo verrebbe da sé.

Proviamo ad impostarlo dalle domande più semplici dove il parere dell’esperto non si discosta di molto dal parere del cosiddetto uomo della strada che è in effetti è il vero esperto del Festival. Così potremmo riportare la vox populi.

Uno su tutti che il festival deve rimanere senza falsi pudori la manifestazione canora dell’orecchiabilità, il popolo vuole le canzonette da fischiettare in auto o sotto la doccia per le canzoni impegnate che dessero più spazio televisivo al premio Luigi Tengo.

Per la nostra opinione, in questi tempi di magra economica e di soprusi etici il festival della canzone italiana rimane l’unica favola italiana perché può accadere di tutto come nella fantasia.

Certo una volta ognuno era vero nel suo ruolo. Cioè rappresentava quello che era nella vita di tutti i giorni. Il contestatore Cavallo pazzo lo era tutti i giorni non come Il Corona che minaccia di esserlo per la manifestazione e poi nella quotidianità è solo un fighetto un pizzico cuor di leone. Per ballare si chiamavano le ballerine, per presentare i presentatori, per far ridere i comici...

In questo periodo c’è una grande crisi d’identità e confusione di ruoli, ognuno vuole rappresentare qualcos’altro di diverso da sé. Il problema è che differentemente dalle favole vere i principi si trasformano in ranocchi. Poi ci si stupisce perché vanno di moda i transessuali.

L’unica vera favola ce la facciamo raccontare dagli ospiti stranieri. Che ci vengono a dire che siamo il popolo più amato e ammirato del mondo. Che amano la nostra terra, e noi ce ne andiamo in brodo di giuggiole. Quando la realtà è ben diversa.

Siamo uno dei popoli più deriso nel pianeta manco a dirlo come un copia e incolla anche per le scelte politiche degli ultimi anni. Ma quello che gli altri popoli non capiscono è che noi ci troviamo in queste condizioni proprio perché rimaniamo un popolo di sognatori che credono ancora nelle favole. Vi ricordate la bellissima favola di qualche anno fa del c’erano una volta un milione di posti di lavoro? Ci ha fatto sognare tantissimo.

Ora invece neanche quelle ci vogliono dare e noi siamo qui ad aspettare che ce ne raccontino altre, così potremo continuare a sognare ballando tra le stelle, trasformando le nostre zucche in potenti bolidi e le nostre belle ma normali donne in super dee celtiche.

In questo momento storico tragicomico non ci rimane che il festival godiamocelo perché chissà se fra qualche anno non ci toglieranno anche questo. W Pippo Baudo forever (su quest’ultima affermazione mi assumo tutta la responsabilità).

Giuseppe Lissandrello
Psicologo, psicoterapeuta, scrittore

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