Stalking, finalmente riconosciuto e punito

Quante volte si è appreso dalle notizie di cronaca nera che quella donna uccisa dall’ex era stata vittima di molestie da parte dello stesso, o che qualcuno, essendo stato concretamente controllato e perseguitato, aveva sviluppato un senso di ansia e paura costante tale da non permettergli di condurre una vita serena?
Se ne è parlato forse per troppo tempo. Ma finalmente lo stalking è nel nostro codice penale (art. 612 bis c.p.) grazie all’art. 7, comma 1, del decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11. Finalmente, se si pensa che negli Stati Uniti la prima legge antistalking risale al lontano 1991!
L’art. 612 bis c.p. punisce con la reclusione da 6 mesi a 4 anni chiunque, attraverso la reiterazione di minacce o molestie, cagiona nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero ingenera nella vittima un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, o la costringe ad alterare le sue abitudini di vita.
Dunque non una molestia/minaccia isolata: le condotte intrusive (telefonate, appostamenti, aggressioni,…) devono reiterarsi nel tempo, determinando nella vittima uno stato di soggezione e disagio fisico e psichico.

Fin qui la definizione della fattispecie. Il legislatore ha però curato altri aspetti importanti, soprattutto in tema di aggravanti: la pena è aumentata fino a un terzo se lo stalker è il coniuge legalmente separato o divorziato, o se sia stato comunque legato in passato alla vittima da una relazione affettiva; fino alla metà se la vittima è un minorenne, una donna in stato di gravidanza, un disabile; è anche prevista un’aggravante nell’ipotesi di omicidio commesso dall’autore di stalking.
Infine l’ammonimento. Nell’ottica della prevenzione e della repressione del reato in questione, la vittima prima di presentare querela ha la possibilità di richiedere al questore di ammonire oralmente lo stalker.
E’ impossibile negare la serietà e l’impegno dei lavori parlamentari sull’argomento, ma nonostante ciò i dubbi restano.
Innanzi tutto numerose perplessità dal punto di vista formale. Esempio palese è proprio la formulazione poco felice dell’aggravante prevista per il coniuge legalmente separato o divorziato o che in passato sia stato legato alla vittima da una relazione affettiva: ma perché non anche il coniuge separato di fatto? E perché non anche l’attuale partner della vittima?
Sembra davvero il frutto di una svista.

Ma c’è di più. Si dice che ognuno di noi possa diventare autore di stalking, poiché si tratta di un fenomeno che non è normalmente espressione di malattia mentale. Tuttavia, dal punto di vista psichiatrico, lo stalker può identificarsi spesso in un soggetto con disturbi della personalità di diversa gravità: il reato, in questi casi, può quindi essere la conseguenza di un vizio quanto meno parziale di mente e così comportare la diminuzione della pena? Si dovrà distinguere caso per caso uno stalker sano di mente da uno stalker “malato”? Staremo a vedere…

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