L'insostenibile leggerezza dei forconi

Noi comprendiamo tutto. Siamo nati e creciuti a pane e rivoluzione, abbiamo sognato rivolte, amato i rivoltosi, condiviso le battaglie dei nordirlandesi, sofferto per i Saharawi. In un impeto di vigorosa gioventù disegnammo persino i sassi e le kefiah sui nostri volantini, ben prima di comprendere il dramma di due popoli che convivevano e convivono nel medesimo fazzoletto di terra. I nostri padri, politici e naturali, ci hanno raccontato con gli occhi lucidi le giornate dei “boia chi molla” di Reggio Calabria, le lotte di popolo, le barricate e la repressione. Siamo recettivi, intimamente rivoluzionari, emotivamente portati a considerare il popolo motore del cambiamento della nostra terra.

Qualcosa, però, ci sfugge in questo “Movimento dei forconi” siciliano. E non si tratta soltanto di una maturazione del nostro ego rivoluzionario, né un riflesso hegeliano di conservatorismo dell’età matura. Ci sfugge a chi serva una protesta che blocchi le attività produttive dell’Isola, guidata dalla categoria “borderline” degli autotrasportatori, mandi al macero tonnellate di beni deteriorabili, svuoti gli scaffali dei supermercati, azzeri il “prodotto interno lordo” delle piccole aziende siciliane. Ci sfugge il paragone con le rivolte “anti sistema” o con i Vespri Siciliani, le solidarietà pelose, e un po’ pietose, degli Scilipoti, delle Forze del Sud, degli Autonomisti con le bandiere della Trinacria, dei rivoluzionari professionisti tanto marginali da gongolare per qualche video su youtube.

Adesso diteci che siamo degli stronzi, che non capiamo il dramma del popolo, che siamo piccolo borghesi con il culo al caldo. Diteci ciò che volete, ma per noi le rivoluzioni sono un’altra cosa: e non raccontateci la favoletta che il “popolo” ha capito, perché questo accadrà ancora per poche ore, fino a quando l’esasperazione per il latte che manca dagli scaffali non avrà la meglio sulla giusta indignazione di cittadini disgustati dal ceto dirigente nazionale e siciliano.

Eviteremo le dietrologie complottistiche sulle “rivoluzioni siciliane”, sull’indipendentismo, l’autonomismo, le Trinacrie, le coppole, le lupare, i briganti, i carri armati degli Alleati, anche se la storia della nostra Terra è scritta lì, nel sangue, nei drammi e nella presa per il culo. Non divideremo la barricata con tutti quelli che si riempiono la bocca, fondando un partito al giorno, con il Sud e la sua unicità. La divideremo quando la rivoluzione sarà culturale, quando i piccoli burocrati corrotti verranno denunciati, quando il clientelismo verrà bollato come ignominia, quando la smetteremo di vendere il nostro voto per una busta della spesa, quando la finiremo di scegliere chi ci rappresenta come se si eleggesse il dirigente dell’ufficio di collocamento, quando la smetteremo di aspettarci dai politici un “posto” all’aeroporto.


La nostra barricata è la coerenza. La stessa che manca a chi oggi fa il portavoce dei “forconi” e ieri parlava al congresso del Movimento per l’Autonomia, nemesi dei vizi peggiori del popolo siciliano; la stessa che ci fa soffrire nel non poterci innamorare romanticamente dell’ennesimo rivoluzionario partorito dalle stanze del potere.

Noi capiamo tutto e sappiamo che in piazza c’è anche tanta gente in buona fede, anche se la maggior parte di loro preferisce urlare nella piazza “virtuale”, su facebook o su twitter, dove il fumo delle barricate è estremamente rarefatto. Ne comprendiamo le ragioni e persino l’esaltazione, ma la rivoluzione è una cosa seria e i rivoluzionari veri si preoccupavano di non far mancare il pane al popolo, piuttosto che brigare per svuotare le loro dispense. A proposito: i palazzi del potere hanno le riserve piene e i serbatoi capienti. Ve ne eravate accorti?



Cyrano (Meridiana Web Magazine)

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