La dolce morte

Chissà cosa avrà pensato Mario Monicelli una volta giunto su quel balcone; chi può conoscere il dolore, l’amarezza, la sofferenza e la disperazione che lo abitavano.

Qualche mese fa in una intervista televisiva aveva definito la speranza una trappola inventata da chi detiene il potere, una trappola al pari della fede.

Momenti bui, togliersi la vita al tramonto di un’esistenza ricca di affermazioni.

Il silenzio sarebbe stata l’unica forma di rispetto; segno di quel sentimento di tristezza per il dolore vissuto da quest’uomo che non ha trovato una risposta diversa dalla morte. Nè elogi nè giudizi: silenzio.

Purtroppo no, nessun rispetto per questo dolore, per la disperazione e la lacerazione interiore che hanno condotto Mario Monicelli al suicidio. Tutti in processione a lodare questo gesto di estrema coerenza, un piacevole volo laico, un principio di eutanasia impedito dalla nostra retrograda legislazione. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Monicelli se n'è andato con un'ultima manifestazione forte della sua personalità, un estremo scatto di volontà che bisogna rispettare». Walter Veltroni: «Mario ha vissuto e non si è lasciato vivere, nè morire. Ha deciso di andarsene».

Il coro è unanime e sa di lavaggio del cervello: esiste un suicidio leggero, piacevole, quasi fosse un atto positivo.

Scusate solo un attimo, e se invece di costringere un novantacinquenne a buttarsi da un balcone, fosse stato possibile procedere ad un “suicidio medicalmente assistito”? Di banalizzazione in banalizzazione il passo è breve e sembra che quella parte della cultura italiana depositaria della superiorità morale, Presidente Napolitano in primis, ce lo voglia far compiere.

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