Napolitano e Fini: la strana coppia

Ed eccoci giunti alla crisi politica, l’ennesima...
La palla passa alle più alte cariche istituzionali, e tra queste sembra che siano due quelle maggiormente smaniose di protagonismo: il Presidente della Repubblica ed il Presidente della Camera.

Ora, per quanto riguarda Silvio Berlusconi sembra che abbiamo sviscerato pubblicamente ogni sua attività più o meno nobile, compresi “pensieri, parole, opere e omissioni”.

Senza voler trascendere in accuse personali né tantomeno in attacchi scorretti, è possibile valutare la credibilità politica del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del Presidente della Camera Gianfranco Fini nelle cui mani viene consegnata la crisi politica creata dalle intemperanze berlusconiane?

Visto che il coraggioso editore consente, proviamoci.

UNO SGUARDO AL PASSATO: NAPOLITANO Giorgio Napolitano è eletto nel 1953 deputato nelle fila del PCI (e successivamente sempre rieletto, tranne che nella IV legislatura, nella circoscrizione di Napoli, fino al 1996), diviene responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI, di cui era diventato membro a partire dall'VIII congresso (1956), grazie all'appoggio che Palmiro Togliatti dette in quel periodo a lui e ad altri giovani dirigenti nell'ottica della creazione di una nuova e più eterogenea dirigenza centrale.

Nel 1956, il presidente Giorgio Napolitano sulle pagine de "L'Unità" a commento dell'invasione dei carri armati sovietici a Budapest, evidenziava come “nel quadro della aggravata situazione internazionale, del pericolo del ritorno alla guerra fredda non solo ma dello scatenamento di una guerra calda, l'intervento sovietico in Ungheria, evitando che nel cuore d'Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all'Urss di intervenire con decisione e con forza per fermare la aggressione imperialista nel Medio Oriente abbia contribuito, oltre che ad impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell'Urss ma a salvare la pace nel mondo”.

Ebbene sì con i carri armati e l’uccisione di migliaia di ungheresi secondo Giorgio Napolitano l’Unione Sovietica avrebbe salvato la pace nel mondo.

Ma come se non bastasse a distanza di una ventina di anni in un articolo apparso sull’Unità il 20 febbraio del 1974 il Presidente torna a pronunciarsi sul regime sovietico, di cui di certo non è mai stato nemico, l’illuminato nostro presidente.

Sentiamo cosa dice il compagno Napolitano a proposito di Aleksandr Solzhenitsyn: “E’ proprio a noi che tocca compiere uno sforzo di riflessione seria e oggettiva, visto che da tante altre parti, anche e in particolare nel nostro paese, ci si è, nei giorni scorsi, preoccupati essenzialmente di alzare il solito polverone propagandistico, di sfruttare l’occasione per una polemica a buon mercato sull’URSS, sul comunismo e perfino (si pensi a quel che hanno farfugliato i giornali del PRI e della DC) sul PCI. (…) Ma nessun contributo danno al positivo scioglimento di questi difficili nodi le rappresentazioni unilaterali e tendenziose della realtà dell’URSS, le accuse arbitrarie, i tentativi di negare l’immensa portata liberatrice della Rivoluzione d’ottobre, lo straordinario bilancio di trasformazioni e di successi del regime socialista, tutto quel che di nuovo sì è delineato nella vita sovietica a partire dal XX Congresso del PCUS. (…) Ma non presumiamo con ciò di indicare ad altri la strada da percorrere, e tanto meno di suggerire facili regole di condotta. E’ solo dall’interno del processo storico di sviluppo della società sovietica che potranno scaturire soluzioni ai problemi che oggi risultano irrisolti".

"Una strada noi non possiamo che indicarla a noi stessi: la strada da percorrere per avanzare in Italia, nella democrazia e nella pace, verso il socialismo. E’ per impedirci di procedere — conquistando ancora nuove posizioni — su questa via, insieme con altre forze di sinistra e democratiche, che si tenta di rilanciare l’antisovietismo e l’anticomunismo, in un momento in cui i progressi verso un’effettiva coesistenza pacifica si fanno più difficili e si moltiplicano le manovre insidiose dell’imperialismo. Si cerca così di diffondere una visione deforme dell’Unione Sovietica e insieme di negare l’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale.”

Il mite Presidente della Repubblica ha sostenuto difendendo a spada tratta uno dei regimi più feroci e sanguinari della storia dell’umanità, il regime sovietico, e questo è sempre passato in secondo piano; sembra che in Italia il trapasso dalla bandiera rossa alla quercia di Achille Occhetto abbia d’un colpo resettato la memoria storica nazionale, riabilitando tutti i rappresentanti politici comunisti e filosovietici, che se avessero potuto ci avrebbero resi la Repubblica Popolare Italiana.

Su Gianfranco Fini occorre esser molto più brevi.

IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO: FINI Il presidente della Camera da fascista ad antifascista, scarica sulla Chiesa le responsabilità delle leggi razziali, si erge a paladino laicista e visto che il lupo perde il pelo ma non il vizio, auspica una dittatura anticattolica "Le leggi si devono fare senza il condizionamento dei precetti di tipo religioso".
Chi non ricorda la Dichiarazione fatta durante un'intervista di Alberto Statera per il quotidiano La Stampa del 30 marzo 1994: "Mussolini è stato il più grande statista del secolo ... Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti". "Berlusconi può eguagliarlo?" chiedeva Alberto Statera della «Stampa». Risposta: "Berlusconi dovrà pedalare per dimostrare di appartenere alla storia come Mussolini".

"L’ideologia fascista - afferma Fini parlando alla Camera nel corso di una celebrazione a 70 anni dalle leggi razziali - non spiega da sola l’infamia. C’è da chiedersi perché la società italiana si sua adeguata nel suo insieme alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune eccezioni, non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, e duole dirlo, da parte della Chiesa Cattolica."

"La risposta è in quello che ho fatto negli ultimi 15 anni"
, dice il presidente della Camera in una conferenza stampa all’Associazione stampa estera. A chi gli domanda se pensa ancora che Mussolini sia il più grande statista del ’900 l’ex leader di An risponde:"No, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico”

"Le leggi si devono fare senza il condizionamento dei precetti di tipo religioso".

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il 18 maggio 2009 in un incontro con gli studenti di Monopoli sulla Costituzione, durante il quale si è affrontato il tema della bioetica ha puntualizzato come il Parlamento "deve fare le leggi non orientate da precetti di tipo religioso. Il dibattito sulla bioetica è complesso - ha rimarcato - e mi auguro che venga affrontato senza gli eccessi propagandistici che ci sono stati da entrambe le parti perché queste sono questioni nelle quali il dubbio prevale sulle certezze"

LA DEMOCRAZIA ODIERNA Fini e Napolitano venti anni fa su posizioni inconciliabili, oggi rappresentano la democrazia, l’unità nazionale, l’equilibrio delle istituzioni.

Miracoli di un vuoto buonismo, di un relativismo assoluto che tutto copre, indistintamente; ahimè anche la storia.

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