“Ricorda che sei cenere”
Dopo aver accompagnato a scuola uno spiderman ed un astronauta, il pensiero corre veloce alla Quaresima che inizia con la celebrazione del mercoledì delle ceneri.
Si ricevono le ceneri, segno della nostra limitatezza della nostra origine e del destino proprio della materia tutta, anche del nostro corpo.
“Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai” oppure “convertiti e credi al Vangelo” queste le formule alternativamente pronunciate dal presbitero nell’amministrare le ceneri sul capo dei fedeli.
Si apre così un tempo di combattimento, di conversione.
La Quaresima è un tempo che ha molto a che fare con il deserto: ricorda i 40 anni di cammino nel deserto del popolo di Israele ed i quaranta giorni di Gesù nel deserto al termine dei quali viene tentato da Satana.
Dicevo tempo di combattimento, ed in effetti di questo si tratta, di un combattimento interiore.
Israele uscito dalla schiavitù d’Egitto, attraversato il Mar Rosso si trova a percorrere il deserto prima di giungere alla terra promessa.
Il deserto è immagine di precarietà, di insicurezza, di aridità ed in questo cammino difficoltoso Israele si trova a ribellarsi di fronte alla propria storia: cerca sicurezze, si stanca di questo cammino in cui si può vivere solamente alla giornata senza programmare. Il Signore gli dà la manna dal cielo, che va presa e consumata giorno per giorno, di cui non si possono accumulare scorte altrimenti marcirebbe.
Israele si ribella ad una storia incomprensibile, punta i piedi e ad un certo punto minaccia di uccidere Mosè se non provvede a dargli subito dell’acqua.
Il popolo rifiuta un Dio che non si vede di cui non ha immagini e che nemmeno si può nominare; mentre Mosè riceve le tavole della legge si costruisce una divinità più accessibile: un vitello d’oro.
Viene la Quaresima a ricordarci la condizione di precarietà connaturata in noi; c’è un deserto che tutti ci accomuna, nel deserto siamo spesso tentati a vivere come se invece fossimo in una villa: cerchiamo appoggi sicuri, gruzzoletti che ci mettano al riparo. Cerchiamo spesso nella stessa religione una polizza assicurativa per la vita, che Padre Pio o la Madonna ci tolgano dal deserto ci siano una vita, una storia diversa. Ci creiamo un idolo con le nostre mani, chiediamo gioia e contentezza a qualcosa o qualcuno che non è in grado di offrircele.
Immaginate dei viaggiatori in uno scompartimento di un treno, si appassionano alla vettura alle poltrone ai bagagli, a tutto ciò che c’è dentro il vagone, dimenticando però che si è in viaggio che il treno è un momento un passaggio, poi bisogna scendere, c’è una meta una destinazione. Così è spesso la nostra vita, concentrata solo ed esclusivamente sul nostro scompartimento ignorando il senso, il fine del nostro essere.
Perché questo tempo di deserto? Per vedere la nostra miseria, per guardarci dentro, per capire ciò che abbiamo nel cuore; siamo cenere, polvere.
In questo cammino nel deserto, in questa battaglia interiore la Chiesa ci offre delle armi per combattere, delle armi che ci ricordano che siamo sì di passaggio ma creati per l’eternità, per risorgere con Gesù Cristo nella notte di Pasqua.
Le armi sono il digiuno, che ci aiuta a combattere la nostra fame di sicurezze;
l’elemosina, il distaccarsi da qualcosa che è nostro, quale segno di rinuncia alle nostre pretese;
la preghiera, il dialogo segreto con un Dio che non si vede, che va al di là dei nostri limitati cinque sensi.
In Quaresima la tradizione della Chiesa propone ai cristiani la celebrazione della Via Crucis, ossia la meditazione sul percorso doloroso di Gesù nelle sue ultime ore di vita. In questa liturgia ci viene mostrato il senso della sofferenza, della nostra sofferenza; la possibilità di vivere il male senza maledire, di riscoprire la paternità divina.
Mi rendo conto dell’impopolarità di questo linguaggio e di questi temi, ma sono altrettanto sicuro che il lettore che vi si accosti con animo scevro da pregiudizi, sia egli credente o meno, potrà trovarvi validi spunti di riflessione da cui partire per il suo viaggio nel deserto.
